Per quanto razionale io mi sforzi di essere, confesso che in qualche remoto angolo del mio cervello il pregiudizio secondo cui "gli eroi son tutti giovani e belli" resta invincibile. Perciò la prima reazione nell'apprendere questa notizia è quasi essenzialmente una sorta di stupore.
Poi però penso anche con quanto meticoloso impegno Dave Gahan in passato abbia cercato di disintegrarsi. E penso anche che esattamente tredici anni fa, il 28 maggio del 1996, qualcuno, all'Altro Mondo, ebbe tre minuti di indecisione: in quel caso l'overdose doveva essere tosta, indubbiamente, ma forse all'Altro Mondo non avevano ancora voglia di prendersi Dave Gahan. Tre minuti di indecisione. Tre minuti a cuore fermo. Infine Dave fu abbandonato lì, sul ciglio della vita, facile preda delle ferree leggi californiane che non ammettono l'autodistruzione e costringono alla redenzione.
La morale, ammesso che ce ne sia una, ognuno la tragga da sè.
Io mi limito ad essere convinta che Dave se la caverà ancora, come sempre.
giovedì 28 maggio 2009
mercoledì 27 maggio 2009
New Wave Renaissance
Servita su un piatto d'argento. Ufficialmente dichiarata con questo festival.
Ogni tanto succede anche qualcosa di sorprendentemente bello a questo mondo.
Mi sembra un'iniziativa degna di nota.
Non sarebbe male farci un salto.
Ma il bluesman di casa: chi me lo convince?
Ah, il guaio dei matrimoni misti...
Ogni tanto succede anche qualcosa di sorprendentemente bello a questo mondo.
Mi sembra un'iniziativa degna di nota.
Non sarebbe male farci un salto.
Ma il bluesman di casa: chi me lo convince?
Ah, il guaio dei matrimoni misti...
martedì 26 maggio 2009
E la chiamano estate...
Scrivo poco, mi dicono. Ho i miei motivi, dico io.
Sarà che ogni energia sana la dedico al tedesco, che mi sembra l’iniziativa più costruttiva, di questi tempi.
Poi a sbattermi a terra c’è l’incalzare della cassa integrazione con tutto quel che ne consegue: non solo riduzione dello stipendio ma orari sballati, assoluta mancanza di programmazione, perdita di contatto col lavoro, allentamento dei rapporti coi fornitori (in cassa pure loro), dequalificazione professionale. In sintesi: scazzo.
Poi c’è la malinconia dell’estate, con tutte le sue false promesse, i suoi semi di morte, i segreti e la desolazione, marciume e disfacimento nelle boscaglie maleodoranti. Tutto questo mi scaraventa in un passato odioso. Tutto questo mi fa solo desiderare intensamente di essere altrove.
Sarà che ogni energia sana la dedico al tedesco, che mi sembra l’iniziativa più costruttiva, di questi tempi.
Poi a sbattermi a terra c’è l’incalzare della cassa integrazione con tutto quel che ne consegue: non solo riduzione dello stipendio ma orari sballati, assoluta mancanza di programmazione, perdita di contatto col lavoro, allentamento dei rapporti coi fornitori (in cassa pure loro), dequalificazione professionale. In sintesi: scazzo.
Poi c’è la malinconia dell’estate, con tutte le sue false promesse, i suoi semi di morte, i segreti e la desolazione, marciume e disfacimento nelle boscaglie maleodoranti. Tutto questo mi scaraventa in un passato odioso. Tutto questo mi fa solo desiderare intensamente di essere altrove.
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Da qui messere si domina la valle,
dentro il cratere
domenica 24 maggio 2009
venerdì 22 maggio 2009
Una perfetta identità tra il Wilde delle favole e il Wilde di De Profundis
"[...]Riscontriamo una perfetta identità tra il Wilde delle favole e il Wilde di De Profundis. […]
Le favole costituiscono [...] una teoria di esempi – di conferme – dell’inutilità sociale e dell’incapacità eversiva del sacrificio. E ne mostrano la funzione d’ordine catartico a vantaggio esclusivo di chi lo compie. Come il figlio di Dio, che non viene compreso dagli uomini, ma verrà esaltato dal Padre, così the Happy Prince, dopo essersi privato dell’ultima lamina d’oro e persino degli occhi, verrà prescelto per lodare Dio in the city of gold.[…]
Fino all’ultimo Wilde giocò con le idee, recitò con le emozioni. Riteniamo anche noi «che si potrebbe chiamare la seconda leggenda di Oscar Wilde [quella] secondo la quale un cinico di spirito, ma superficiale, fu trasformato dalla sofferenza in un martire pensoso»(Barzun). Perché Wilde non subì alcuna conversione. Non venne affatto “trasformato” dalla sofferenza: essa era già ben presente e radicata nel suo spirito al tempo della composizione delle favole. E anche perché Wilde non fu mai superficiale, ma sempre e soltanto l’artista che della sofferenza – non importa se di Cristo, dei protagonisti delle favole o sua personale – volle e seppe cogliere solo il lato artistico-estetico, la bellezza. E questo, che lo si giudichi un limite o un grande pregio, costituisce comunque l’asse portante della sua concezione etica.
[…] Pur se filtrata attraverso il sintetico linguaggio infantile, la concezione wildiana (secondo la quale il sacrificio di Cristo è una cosa bella) emerge dunque chiaramente e appare in sintonia con lo schema desumibile da De Profundis. Opera in cui Wilde stesso ammette: «Questa vita nuova[…] non è naturalmente affatto una vita nuova, ma semplicemente il seguito, per via di sviluppo e di evoluzione, della mia vita precedente». Tutto era già «adombrato e prefigurato» nelle precedenti opere. «Ce n’è qualcosa in The Happy Prince», aggiunge l’artista, «qualche cosa ancora in The Young King, particolarmente nel passo in cui il vescovo dice al ragazzo inginocchiato: “Is not He who made misery wiser than thou art?” ». Ma si tratta di una frase che «quando la scrissi mi appariva poco più di una frase».
Quest’ultima precisazione chiarisce forse il senso circa l’equivoco della trasformazione del cinico in martire pensoso. In sostanza parrebbe che il cinico avesse già scritto, senza comprenderlo pienamente, ciò che poi il martire pensoso avrebbe in toto sottoscritto, una volta subita (cercata, voluta) l’esperienza catartica della sofferenza."
Franco Buffoni, in "Carmide a Reading", Edizioni Empirìa 2002
Le favole costituiscono [...] una teoria di esempi – di conferme – dell’inutilità sociale e dell’incapacità eversiva del sacrificio. E ne mostrano la funzione d’ordine catartico a vantaggio esclusivo di chi lo compie. Come il figlio di Dio, che non viene compreso dagli uomini, ma verrà esaltato dal Padre, così the Happy Prince, dopo essersi privato dell’ultima lamina d’oro e persino degli occhi, verrà prescelto per lodare Dio in the city of gold.[…]
Fino all’ultimo Wilde giocò con le idee, recitò con le emozioni. Riteniamo anche noi «che si potrebbe chiamare la seconda leggenda di Oscar Wilde [quella] secondo la quale un cinico di spirito, ma superficiale, fu trasformato dalla sofferenza in un martire pensoso»(Barzun). Perché Wilde non subì alcuna conversione. Non venne affatto “trasformato” dalla sofferenza: essa era già ben presente e radicata nel suo spirito al tempo della composizione delle favole. E anche perché Wilde non fu mai superficiale, ma sempre e soltanto l’artista che della sofferenza – non importa se di Cristo, dei protagonisti delle favole o sua personale – volle e seppe cogliere solo il lato artistico-estetico, la bellezza. E questo, che lo si giudichi un limite o un grande pregio, costituisce comunque l’asse portante della sua concezione etica.
[…] Pur se filtrata attraverso il sintetico linguaggio infantile, la concezione wildiana (secondo la quale il sacrificio di Cristo è una cosa bella) emerge dunque chiaramente e appare in sintonia con lo schema desumibile da De Profundis. Opera in cui Wilde stesso ammette: «Questa vita nuova[…] non è naturalmente affatto una vita nuova, ma semplicemente il seguito, per via di sviluppo e di evoluzione, della mia vita precedente». Tutto era già «adombrato e prefigurato» nelle precedenti opere. «Ce n’è qualcosa in The Happy Prince», aggiunge l’artista, «qualche cosa ancora in The Young King, particolarmente nel passo in cui il vescovo dice al ragazzo inginocchiato: “Is not He who made misery wiser than thou art?” ». Ma si tratta di una frase che «quando la scrissi mi appariva poco più di una frase».
Quest’ultima precisazione chiarisce forse il senso circa l’equivoco della trasformazione del cinico in martire pensoso. In sostanza parrebbe che il cinico avesse già scritto, senza comprenderlo pienamente, ciò che poi il martire pensoso avrebbe in toto sottoscritto, una volta subita (cercata, voluta) l’esperienza catartica della sofferenza."
Franco Buffoni, in "Carmide a Reading", Edizioni Empirìa 2002
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L'inutile guida
martedì 19 maggio 2009
Approvazione della “loi Hadopi”: due o tre considerazioni a margine
E’ ancora da vedere se Bruxelles metterà o meno i bastoni fra le ruote a Sarkozy e, quand’anche la legge dovesse essere applicata, resterebbe da valutarne l’efficacia. L’unica obiezione che mi sento di sollevare contro questo provvedimento riguarda la sua effettiva applicabilità: mi chiedo cioè se non sia già pronto un escamotage informatico che permetta di aggirare controlli e sanzioni.
Ciò premesso devo dire che trovo un po’ irritante l’atteggiamento di chi si oppone all’ Hadopi in quanto “legge liberticida”: definire liberticida un provvedimento che ha lo scopo di tutelare la proprietà – anche se intellettuale, dunque intangibile, sempre di proprietà si tratta – equivale a rivendicare il diritto al furto. O vogliamo metterci comodi e rivedere alla radice il concetto di proprietà?
Perché mi pare che, alla fine, il nocciolo della questione sia proprio questo: non è il concetto di proprietà a vacillare; è piuttosto il valore della proprietà ad essere soggetto a delle variabili e, nel caso della proprietà intellettuale, per il sentire comune, il valore è ormai crollato vertiginosamente a zero.
“Che cosa faccio di male se scarico i cartoni animati per mia figlia?” chiede il collega che subito si autoassolve “Sono solo cartoni animati, c****, non dovrò mica andarmeli a comprare, no?”
Sono solo cartoni animati, è roba per bambini, roba di nessun valore, insomma. Anche un passeggino è roba per bambini: sono dunque autorizzata a sottrarre al collega il passeggino della figlia senza il suo consenso?
Il concetto di base è che il cartone animato è sempre e comunque qualcosa di frivolo. Al collega non passa nemmeno per la testa che il cartone animato possa avere un valore educativo, che in ogni caso sia il frutto di un lungo lavoro di più persone. Non ha nessuna importanza che all’origine di quel cartone animato ci sia un’idea e lo sforzo di riprodurla, tradurla in immagini, suoni, parole.
Dovrei forse ritenere meno colpevole l’altra collega, quella che scarica le composizioni di Beethoven che la figlia ha studiato a scuola con la scusa che tanto in questo caso parlare di diritto d’autore non ha più senso? Niente affatto, io vedo il reato anche qui. In questo caso il furto avviene ai danni dell’industria discografica e di chi ci lavora. Non solo: in automatico la collega trasmette alla figlia un messaggio disastroso. Tanto per cominciare la collega non insegna alla figlia a frequentare i negozi di dischi contribuendo così a radicare ed estendere la crisi del commercio discografico; inoltre - ciò che è più grave - veicola nella mente della bimba il concetto che la musica non merita lo sforzo di un acquisto e non intendo solo lo sforzo economico. Si dà per scontato che l’impegno di prendere la macchina, andare in centro, parcheggiare e raggiungere il negozio a piedi sia destinato all’acquisto di un paio di scarpe, di un qualsiasi capo d’abbigliamento ma non certo alla ricerca di un cd. E’ molto banalmente così, attraverso le scelte di ogni giorno che si insegna ai bambini il valore delle cose, o meglio si trasmette loro una scala di valori. Ciò che si deposita nella testa di un bambino è che la musica è un oggetto di consumo che vale infinitamente meno di un paio di infradito. La musica resta per i bambini di oggi un concetto molto astratto, relegato sempre e comunque all’ambito del superfluo. Conosco ragazzini che stentano a crederti quando gli dici che esistono negozi dove puoi comprare i cd di questo o dell’altro artista, e se gli metti in mano un compact disc corredato di copertina originale, libretto, foto, testi, commenti, se lo rigirano tra le mani quasi per capire dove stia l’inganno.
Mi causa non poco turbamento sapere che, incidentalmente, ho incrociato una rotta filogovernativa. Ma ad essere in gioco qui, al di là di qualsiasi schieramento politico è il valore della creatività.
Sarò anche – in questo caso - conservatrice, ma quello che penso è che chi vive della propria creatività debba essere difeso.
Se una legge come l'Hadopi serve allo scopo io sono favorevole, senza mezzi termini.
Ciò premesso devo dire che trovo un po’ irritante l’atteggiamento di chi si oppone all’ Hadopi in quanto “legge liberticida”: definire liberticida un provvedimento che ha lo scopo di tutelare la proprietà – anche se intellettuale, dunque intangibile, sempre di proprietà si tratta – equivale a rivendicare il diritto al furto. O vogliamo metterci comodi e rivedere alla radice il concetto di proprietà?
Perché mi pare che, alla fine, il nocciolo della questione sia proprio questo: non è il concetto di proprietà a vacillare; è piuttosto il valore della proprietà ad essere soggetto a delle variabili e, nel caso della proprietà intellettuale, per il sentire comune, il valore è ormai crollato vertiginosamente a zero.
“Che cosa faccio di male se scarico i cartoni animati per mia figlia?” chiede il collega che subito si autoassolve “Sono solo cartoni animati, c****, non dovrò mica andarmeli a comprare, no?”
Sono solo cartoni animati, è roba per bambini, roba di nessun valore, insomma. Anche un passeggino è roba per bambini: sono dunque autorizzata a sottrarre al collega il passeggino della figlia senza il suo consenso?
Il concetto di base è che il cartone animato è sempre e comunque qualcosa di frivolo. Al collega non passa nemmeno per la testa che il cartone animato possa avere un valore educativo, che in ogni caso sia il frutto di un lungo lavoro di più persone. Non ha nessuna importanza che all’origine di quel cartone animato ci sia un’idea e lo sforzo di riprodurla, tradurla in immagini, suoni, parole.
Dovrei forse ritenere meno colpevole l’altra collega, quella che scarica le composizioni di Beethoven che la figlia ha studiato a scuola con la scusa che tanto in questo caso parlare di diritto d’autore non ha più senso? Niente affatto, io vedo il reato anche qui. In questo caso il furto avviene ai danni dell’industria discografica e di chi ci lavora. Non solo: in automatico la collega trasmette alla figlia un messaggio disastroso. Tanto per cominciare la collega non insegna alla figlia a frequentare i negozi di dischi contribuendo così a radicare ed estendere la crisi del commercio discografico; inoltre - ciò che è più grave - veicola nella mente della bimba il concetto che la musica non merita lo sforzo di un acquisto e non intendo solo lo sforzo economico. Si dà per scontato che l’impegno di prendere la macchina, andare in centro, parcheggiare e raggiungere il negozio a piedi sia destinato all’acquisto di un paio di scarpe, di un qualsiasi capo d’abbigliamento ma non certo alla ricerca di un cd. E’ molto banalmente così, attraverso le scelte di ogni giorno che si insegna ai bambini il valore delle cose, o meglio si trasmette loro una scala di valori. Ciò che si deposita nella testa di un bambino è che la musica è un oggetto di consumo che vale infinitamente meno di un paio di infradito. La musica resta per i bambini di oggi un concetto molto astratto, relegato sempre e comunque all’ambito del superfluo. Conosco ragazzini che stentano a crederti quando gli dici che esistono negozi dove puoi comprare i cd di questo o dell’altro artista, e se gli metti in mano un compact disc corredato di copertina originale, libretto, foto, testi, commenti, se lo rigirano tra le mani quasi per capire dove stia l’inganno.
Mi causa non poco turbamento sapere che, incidentalmente, ho incrociato una rotta filogovernativa. Ma ad essere in gioco qui, al di là di qualsiasi schieramento politico è il valore della creatività.
Sarò anche – in questo caso - conservatrice, ma quello che penso è che chi vive della propria creatività debba essere difeso.
Se una legge come l'Hadopi serve allo scopo io sono favorevole, senza mezzi termini.
lunedì 18 maggio 2009
Un delirio
"In questi quattro mesi i lavoratori dipendenti e pensionati hanno aumentato il loro potere d'acquisto e quindi i risparmi, perchè i prezzi sono crollati. Si tratta di 35 milioni di lavoratori, perchè 500mila sono i cassintegrati e disoccupati, a cui è aumentato il potere d'acquisto, da trasformare in consumi"
Volgare spudoratezza fascista.
Arrogante, insopportabile propaganda di regime.
Volgare spudoratezza fascista.
Arrogante, insopportabile propaganda di regime.
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