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giovedì 24 dicembre 2009

It must be Christmas time

“Ora mi odierai per aver scritto 2000 Miles” era stato l’unico commento di Chrissie quando le avevo dato la notizia dell’abbandono di Alex.
“Quella canzone piaceva a mia madre” mi ero ricordato io. “Le piacevi tu nel video, in mezzo alla neve… era la sua canzone di Natale preferita.”


venerdì 27 novembre 2009

Capitolo 3 "Alex" - dodicesima puntata

Quando Didi lascia la stanza, tutta l’angoscia di una domenica in famiglia ti si conficca nello stomaco tagliandolo in due con lenta perfidia. Sia benedetto il letto accogliente in cui ti stanno costringendo le vertigini. Poi allunghi la mano sotto le lenzuola per cercare la copia del diario di Lynn su cui hai chiuso gli occhi ieri sera, ignaro del risveglio disgustoso che ti aspettava.

“All’epoca la mia vita dipendeva dai giornali musicali britannici. Li comperavo tutti, scorrevo scrupolosamente ogni più piccolo trafiletto in cerca del tuo nome. Mi nutrivo di qualsiasi dettaglio su di te. Detestavo quei giornali, il tono arrogante delle recensioni, la presunzione e una certa aggressività da parte di chi ci scriveva. Li odiavo, ma erano l’unica fonte di notizie sul tuo conto e perciò non potevo farne a meno.
Io, io che cucivo insieme ogni più piccolo frammento della tua vita e della tua arte per arricchire il meraviglioso progetto del mio amore per te, io avrei potuto continuare a ignorare beatamente la tua relazione con Alexis Ducrey se un giorno non mi fossi imbattuta in quella famosa intervista sul New Musical Express dove si dava tutto per scontato. Rilessi l’articolo così tante volte che lo imparai a memoria, parola per parola e, ripensandoci ora, posso ancora rivivere lo choc, il dubbio, il tormento che provai allora.
Si comporta così anche a casa?, ti chiedeva quello stronzo sfacciato di giornalista riferendosi ad Alex al quale, all’inizio dell’articolo, aveva dato dell’autistico per essersi isolato in un angolo ad ascoltarsi musica in cuffia.
È tutto a posto, tutto normale, era stata la tua risposta, Alex è ancor meno interessato alla realtà di quanto lo sia io, sì, lui ha questa tendenza ad isolarsi in un mondo tutto suo ma è il suo solo difetto, non mi riesce di trovargliene altri, così mi è piuttosto facile perdonarlo…
A CASA. Così c’era scritto: A CASA. E la tua risposta suggeriva un’intimità che era difficile attribuire ad una semplice amicizia. Adoro andare in tour, dicevi poi in un altro punto dell’intervista, è un buon pretesto per stare con Alex 24 ore su 24.
All’inizio aveva prevalso la sorpresa, poi era subentrata la delusione: da quanto tempo durava? Da quanto tempo io vivevo all’oscuro di tutto? Io, proprio io che vivevo unicamente per te, sicura di averti compreso meglio di chiunque altro al mondo, io non ero nemmeno stata sfiorata dal sospetto di ciò che era accaduto dentro il tuo cuore. Era una sconfitta inaccettabile.
Dovevo capire. Entrare nella logica che sosteneva la vostra relazione. Concentrai le mie attenzioni su Alex. Volevo arrivare a vederlo coi tuoi occhi.
Purtroppo il materiale a mia disposizione era veramente scarso - a quel tempo Internet era ancora fantascienza - ma avevo delle videocassette pirata di alcuni vostri vecchi concerti e le riesaminai attentamente. La mia analisi non produsse grandi risultati. L’unico particolare che a quel punto potevo interpretare sotto una nuova luce era l’atteggiamento di Alex sul palco: quando non si isolava fra i suoi amplificatori o a cercarsi i suoni dentro la testa, non aveva occhi che per te.
Solo il tempo mi ha dato il distacco e la serenità necessari a capire.
Ora io credo sia stata una bizzarra sintesi di opposti a rapire il tuo cuore. C’era una specie di aggressività inesplosa nell’atteggiamento di Alex, il medesimo impulso che lo spingeva a corrodere i suoni, a storpiarli, a disilludere costantemente l’ascoltatore. Alex ispirava un senso di perfetta autosufficienza. Credo che l’ultima cosa che gli importasse fosse comunicare con l’ascoltatore. Non cercava il dialogo: il suo discorso era a senso unico e il senso era aggredire. Per difendersi, probabilmente. Perché tutta quella perfetta sicurezza poteva crollare come un castello di sabbia. Ora sono convinta che, nonostante le apparenze, Alex fosse molto più fragile e inquieto di te.
Non fu facile per me ammettere la sconfitta. Per convincere il mio cuore lo costrinsi a sanguinare in diretta.
Il giorno del concerto alle due del pomeriggio ero già dalle parti del Point Depot a spiare il vostro arrivo. Tra raffiche di vento e violenti scrosci d’acqua, insieme a pochi altri irriducibili, attesi fedelmente, disperata e felice al tempo stesso: guardavo i roadies scaricare e trasportare all’interno quei misteriosi bauli destinati a trasformarsi, a sprigionare ciò che mi avrebbe ridato la vita. Quando fummo confinati dietro le transenne capii che il momento era vicino.
Dalla prima auto nera scesero Alex, Brian e un tipo mai visto. Alex era pallido e magro come uno spettro - il look devastato di sempre - e fumava e discuteva nervosamente in francese con lo sconosciuto. Quasi mi sfiorarono passandomi davanti: parlavano di dettagli tecnici legati all’amplificazione e alla qualità del suono. Brian fu il solo a degnarci di qualche rapida stretta di mano. Alex non ci aveva nemmeno visti. Che da ore fossimo lì al freddo era un problema che non lo riguardava. Quando arrivasti tu insieme ad Eric e a Gordon Morris, sembrò che il cielo si spaccasse per lasciar cadere quanta più acqua possibile. L’autista ingranò la retro e vi condusse all’ingresso principale per depositarvi comodamente al riparo sotto la pensilina. Ci fu solo il tempo di capire, non certo di raggiungervi. Una frazione di secondo e il mio progetto di rivederti ancora da vicino e parlarti e toccarti un’altra volta era già svanito. Mesi di attesa spazzati via da un breve scroscio d’acqua gelata. E quel pomeriggio al freddo fra ansia e speranza: un sacrificio inutile che tu non avresti saputo mai.
Ma ancora non volevo cedere alla rassegnazione, così al termine del concerto provai ad appostarmi di nuovo sul retro del teatro: spiavo i roadies che impacchettavano e caricavano strumenti, cavi e amplificatori e non mi accorsi subito che, seduto in un angolo, con addosso un paio di jeans e una T-shirt nera, una lattina di Guinness in mano, c’era Alex. Aveva un’aria infelice, sembrava un bambino sofferente, impaziente. Sorseggiava la sua birra a intervalli regolari, con un gesto quasi automatico, e teneva sotto controllo i roadies come se stessero stivando un tesoro prezioso. A lavoro ultimato qualcuno fece calare la serranda e Alex scomparve. Tutti scomparvero. Sarebbe stato logico rassegnarsi e tornare a casa, era chiaro che dovevate essere scappati via da una qualche uscita di servizio. Eppure qualche ora dopo la fine del concerto io ero il solo fantasma ancora in circolazione dalle parti del Point Depot. Non riuscivo ad abbandonare quel santuario dove, nonostante tutto, ancora una volta ti avevo adorato in tutto il tuo splendore, in tutto il tuo irraggiungibile genio.
C’era un meraviglioso cielo stellato sopra di me mentre percorrevo senza ragione i vecchi binari della ferrovia incastrati nell’asfalto. All’improvviso mi trovai alle spalle un’auto che lampeggiava minacciosa: mi scostai per lasciarla passare e quando la vidi svoltare verso l’ingresso principale una voce segreta, irresistibile, mi spinse a seguirla. Non avevo niente da perdere, valeva la pena tentare. L’auto era lì buia e immobile, al volante un tizio insignificante che mi vide ma continuò a giocherellare con la radio lasciandomi procedere indisturbata verso la grande vetrata dell’arcata centrale. Chissà se Alex si accorse di me. Al di là della porta a vetri, nel deserto malinconico di una luce fioca, lui se ne stava lì da solo, seduto sulle scale, infagottato come un mendicante, una sacca di foggia militare ai piedi, la testa abbandonata contro il corrimano. Aveva la medesima espressione affranta di qualche ora prima. Quando vidi la tua lunga ombra nera avanzare, il mio cuore stava già battendo all’impazzata, come per un presentimento.
Io non troverò mai le parole per dire la grazia, la tenerezza, la delicatezza con cui la tua mano scese a posarsi sulla sua fronte, una carezza salda e dolcissima, un lungo silenzio immobile, la testa di Alex abbandonata dentro il tuo abbraccio. Non accadde altro, ma non avevo bisogno di vedere di più. Ti avevo perso completamente. Non c’era più un solo minuscolo spazio libero nel tuo cuore. Avrei tanto voluto scappare via, volatilizzarmi, diventare trasparente. Ma non potevo sottrarmi a quel dolore, a quella bellezza. Ero come ipnotizzata. Vi guardai calpestare la mia ombra mentre vi muovevate verso la macchina, Alex avvinghiato a te come all’unico sostegno della sua vita. Per te io non esistevo, non sarei mai esistita, non ero esistita mai.
Ero ancora lì impietrita a guardarvi raggiungere la macchina quando la porta si spalancò all’improvviso e Gordon Morris si rialzò il bavero della giacca fiutando il cielo con aria soddisfatta. Si accorse di me, mi salutò augurandomi la buonanotte. Era tutto finito.”

Non è stato un pomeriggio facile. Però ti accorgi con sollievo che il risveglio ti sta regalando la possibilità di tenere la testa rivolta verso la finestra. Vedi, il mondo continua là fuori, ogni cosa ha seguitato a procedere con regolarità. Persino la pioggia ha scelto di rimettersi all’opera, lenta e fedele attraverso le luci della sera. Non potresti desiderare suono più consolante di questo umido tramestio attorno al tuo davanzale.
A volte la notte sa rendere tutto così dolce, così accettabile.
“Ho portato qui le bambine” sussurra Deirdre al buio, entrando in punta di piedi. “Ho detto loro che hai la febbre e stai dormendo.”
Tesoro mio qualche volta sai fare la cosa giusta, pensi stringendola a te, inspirando l’umidità della sera dai suoi capelli.
“Resti a dormire qui?” chiedi quasi non osando sperare tanto.
Affondato nell’oscurità contempli il suo profilo luminoso mentre si sfila il cappotto con la grazia di un’indossatrice.
“Vieni che ti aiuto ad andare in bagno” sorride, e le sue esili braccia tenaci protese verso di te risplendono nella notte.
(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - dodicesima puntata)

venerdì 20 novembre 2009

Capitolo 3 "Alex" - undicesima puntata

“…Io non troverò mai le parole per dire la grazia, la tenerezza, la delicatezza con cui la tua mano scese a posarsi sulla sua fronte, una carezza salda e dolcissima…”

Che cosa ho fatto di male, pensi aggrappandoti disperatamente alle lenzuola, provando a farti forza con un gomito, che cosa ho fatto di male, mio Dio, per meritare un castigo così terribile, una punizione che non augureresti nemmeno al tuo peggior nemico… Controllare l’ansia è il problema numero uno; come se la nausea fosse roba da niente. Tenere fisso lo sguardo davanti a sé, è questa la cosa da fare, sguardo fisso e respiri lunghi e controllati, è su questo che ti concentri mentre sei già in un bagno di sudore e la tua mano destra vaga ciecamente, alla disperata ricerca del telefono. Non c’è niente che tu possa fare senza aiuto, ora, niente che tu possa tentare prima che Deirdre ti abbia messo in bocca un paio di compresse. Inutile cercare di alzarsi: sai già che nel giro di pochi secondi ti ritroveresti a terra, trascinato nel gorgo del pavimento in un lago di vomito.
Inspiegabilmente, i passi di Deirdre sulle scale, invece di allentare l’ansia sembrano farla aumentare. Ecco tua moglie che si siede cauta sul letto e ti carezza delicatamente la fronte e la guancia sorridendo. Da qualche parte dentro di te, sai già che questo è il massimo della tenerezza che ti viene messo a disposizione e te lo stai bruciando nel giro di pochi secondi. Deirdre indossa il cappottino di lana verde melange che le hai regalato, un modello anni ’60 a vita alta con vistosi bottoni in legno, assolutamente ideale per il suo corpo da ragazzina. La punta di colore è perfetta per i suoi occhi, pensi con una sorta di sollievo, trovando conforto in quell’armonia di forme e colori.
Fuori è una domenica tetra e immobile: l’avevi intuito da quell’unico sguardo veloce alla finestra, non appena aperti gli occhi, subito prima che i quattro angoli del soffitto cominciassero a roteare lentamente attorno a te. Non sembra un attacco dei peggiori, niente di comparabile alla prima volta quando era come avere un’elica al posto della testa; certo le vertigini sono una minaccia odiosa con la quale non ti rassegni a convivere.
A un tratto il panico ti assale insieme ad una ondata violenta di nausea e sudore: e se queste fossero le avvisaglie di un attacco identico a quello che ha azzerato in una frazione di secondo qualsiasi capacità uditiva nel tuo orecchio sinistro? Se si trattasse della manifestazione superficiale di un problema sotterraneo che sta lavorando ai danni del tuo orecchio sano?
“Steve, se è questo il tuo modo di reagire…” Deirdre lascia deliberatamente la frase in sospeso per rimarcare la sua delusione nei tuoi confronti. Poi la senti togliersi il cappotto con un sospiro. È il suo modo di aiutarti, ormai hai imparato che non può fare più di questo. Non è mancanza d’amore o superficialità, è una sorta di analfabetismo della tenerezza, un linguaggio che conosce a malapena, che hai disperatamente tentato di insegnarle ma che non ha mai fatto suo. Ti sei abituato a far tesoro di ogni minima manifestazione d’affetto da parte di tua moglie perché sai che il poco che ti concede è tutto quello che ti può dare.
Il cuore ti si allaga di solidarietà per la figura ossuta e testarda che ti siede accanto; la vedi rimpicciolirsi e piegarsi contro lo sfondo di una storia familiare costruita sulle asprezze di una povertà rassegnata, quasi compiaciuta. Deirdre è seduta sul bordo del letto, la schiena curva e pensosa fasciata da una calda maglia color avorio. Allunghi una mano sulla sua spalla e gliela accarezzi con un massaggio lento, privo di forza; cerchi la sua comprensione, la sua complicità, mentre, una volta di più, rileggi la sua storia alla luce di quel sentimento ruvido e sbrigativo che deve aver forgiato la sua infanzia. Ammiri la sua determinazione ad affermare se stessa, le invidi la forza, la fiducia nelle proprie possibilità; sei addirittura orgoglioso delle sue conquiste. Ma la devozione che Deirdre continua a nutrire per chi l’ha cresciuta con sentimenti più vicini all’odio che all’amore sembra il frutto di una sottomissione perversa, inquietante, insospettabile nella donna energica e positiva che ama ridurre i problemi ai minimi termini.
È in momenti come questo che senti avvampare di nuovo la ribellione più vigorosa contro l’istituzione della famiglia che inocula condizionamenti incancellabili nel sangue di creature indifese. Ma forse è solo la tua anima malfatta a farti rifiutare la sacralità dei legami di sangue. È la tua anima riottosa ad evocare su di te la giusta punizione, a spingerti nel cono d’ombra della maledizione, dove non è più possibile riparare ai propri errori.
“Non dovresti startene qui da solo, Steve”
“In queste condizioni non posso muovermi, lo sai.”
“Ma non ti fa bene stare qui da solo, non fai che lavorare di fantasia, e pensi sempre al peggio”
“Non voglio che le bambine mi vedano così, sai bene che si spa
ventano.”
Con un braccio ti copri gli occhi e con l’altro attiri a te il corpo flessuoso di Deirdre. Cingere quella vita sottile contro di te ha un effetto benefico, anche se temi che lei stia già fremendo per alzarsi.
“Sai qual è il tuo problema, Steve?”
“Tu vedi un solo problema?”
“Il tuo problema” prosegue Deirdre, ignorando la tua provocazione “è che hai smesso di frequentare il carcere. Ho sempre saputo che era importante per te, ma ora capisco quanto. A volte ho la sensazione che fosse l’unico posto dove ti sentivi a tuo agio” conclude con una punta di tristezza. Senti finalmente la sua mano sulla tua.
“Io sto bene con te e le bambine” la stringi ancora più a te, desiderando averla sotto le lenzuola.
È a questo punto che lei si alza. C’era da aspettarselo. “Di solito quanto ci mettono quelle compresse a fare effetto?” domanda distrattamente guardando dalla finestra.
È il suo modo di amarti. Non ti prenderà mai sul serio, mai per un tempo più lungo di qualche minuto.
“Non so, credo che non servano a niente, in realtà…”
“Ma perché le prendi allora?”
È più facile crollare nel buio della propria solitudine, lasciarsi andare alla paura di sempre, acquattarsi e aspettare. Non serve rispondere. Tornerai a Didi quando avrai qualcosa da prendere e lei qualcosa da dare.
“Bacia le bambine per me e di’ loro che mi mancano” dici all’improvviso tirandoti il lenzuolo sugli occhi.
“Steve, non stai mica morendo!” esplode Didi nervosa. Senti quanto sia infastidita dal tuo malessere, no, non dalle vertigini, ma da quel tuo malessere profondo che non riesce o non vuole raggiungere; percepisci chiaramente quanto vorrebbe essere lontana da quella stanza e come invece si sforzi di trattenersi, sedendo ora all’altro angolo del letto. Facciamo tutti così quando siamo davanti ad un dolore che non possiamo affrontare, rifletti giustificandola. Ma c’è un’ondata di lacrime che preme, intanto, preme sul tuo cuore lottando contro l’avanzata insistente della nausea. Lasciami solo, Didi, lasciami solo, per l’amor di Dio.
“Steve, tu stai esagerando come sempre” conclude lei dopo un attimo di silenzio, rispondendo alla sua ineccepibile logica della linea retta, la logica della via più semplice.
“Io voglio continuare ad amare Julia e Chloe come le amo ora” dichiari improvvisamente al soffitto. “Non mi importa se un giorno mi odieranno: è un loro diritto odiarmi. Quello che conta è che il mio amore per loro non cambi mai.”
Didi si alza e si infila il cappotto.
“Steve, non so come tu possa sperare di sentirti meglio se te ne stai qui a fantasticare di cose assurde” sentenzia, approfittando della tua dichiarazione per sentirsi giustificata ad andarsene. Aggiunge seccamente che nel pomeriggio porterà le bambine da sua madre; se non pioverà usciranno per una passeggiata in St. Stephen’s Green.
(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - undicesima puntata)

sabato 14 novembre 2009

Gita di compleanno

Per festeggiare il primo anno di vita di questo modestissimo blogghino porto la creatura a fare una gita a Fidenza a fare due chiacchiere con Luca Frazzi.
Comunque non immaginavo che avrei trascinato questo blog fin qui e la tentazione di chiudere è forte.

venerdì 13 novembre 2009

Capitolo 2 "Coincidenze" - decima puntata

Io mi sorprendo della mia saggezza, della mia serenità, addirittura, quando gli dico: “Non avere fretta” e poi, davanti a quegli occhi smarriti, provo solo l’impulso di stringerlo di nuovo a me per offrirgli tutto il conforto di cui sono capace.
Mi invade all’improvviso la sensazione insperata, dolcissima, di non essere più solo. “Tu sei mai stato felice con qualcuno?” mi viene da chiedere a un tratto.
“Credo di non essere stato felice mai, in nessun caso.”
“Nemmeno io” concludo con una sorta di sollievo, come se mi fossi liberato di una antica costrizione.
Non ho ancora cominciato a misurare la realtà da questa nuova prospettiva che Alex si è già staccato da me. “Ho bisogno di starmene un po’ da solo” dice sgusciando via.
Una decisione improvvisa che mi lascia senza parole. Sono solo pochi minuti che si è allontanato e provo già la fastidiosa sensazione di essere stato privato di qualcosa di vitale. Non ho la minima idea di quello che mi aspetta, non so assolutamente cosa potrà significare, in concreto, quello che io e Alex ci siamo appena detti, e tuttavia non posso fare a meno di godere il nettare delizioso che mi è stato miracolosamente versato nelle vene. Rassegnato e felice, sospiro e mi abbandono ancora contro la vetrina della libreria, e chiudo gli occhi sulla mia beatitudine, sui miei sogni, sulla mia eccitazione. Sotto la camicia sento la sua mano calda, nervosa, che mi stringe avida un fianco, e poi comincia a viaggiare leggera. Non è assurdo che io stia già azzardando fantasie così dettagliate? E se ne restassi deluso?
Improvvisamente, ogni cosa mi appare sotto una luce diversa: mi sento come folgorato da una saggezza benevola che proietta un’indelebile linea di confine nella mia vita.
Ci sono immagini che mi attraversano il cuore all’impazzata.
Rivedo Alex sdraiato sul pavimento di casa mia la mattina dell’ultima vigilia di Natale, tra lattine e bottiglie vuote. Sento le mie risate, quelle ancora più sguaiate degli altri. Per tutta la notte la relazione tra Alex e l’agente immobiliare è stata il principale argomento di conversazione e oggetto di battutacce impietose. Alex ha assorbito in silenzio le peggiori volgarità una sigaretta dietro l’altra, un bicchiere dietro l’altro.
Una mattina buia e grigia. Una leggera pioggia gelata. Tutti si sono dileguati, mentre io e Alex continuiamo a sonnecchiare sul pavimento. Di lì a due giorni Corinne entrerà nelle nostre vite e noi dormiamo incoscienti. A giorno fatto mi viene voglia di darmi una sistemata per farmi un giro in città e scegliere un buon posto dove ubriacarmi. Vista la situazione, Alex potrebbe essere il mio compagno di sbronze ideale.
“Ma tu non te ne torni a casa dai tuoi al mare?”
“Stai scherzando? Dio, se penso a quell’odore di carne arrostita…”
“Voi cattolici ci tenete a queste cose, no? Non sei tu quello che ha quattro sorelle?”
“Siamo come estranei. Lo stesso con mio padre. È come se non esistessi. Non si accorgeranno nemmeno della mia assenza, fidati.”
“Cristo, non c’è giorno dell’anno che odio di più…mi fa sempre stare da schifo” Alex che si infila una sigaretta spenta fra le labbra.
“Penso sempre a come deve essersi sentita mia madre… te l’immagini? Passare la vigilia di Natale a partorire un figlio che non avresti mai voluto… cazzo, deve essere stato un incubo…”
“Ma non puoi pensare certe cose il giorno del tuo compleanno, cazzo, uno deve festeggiare, lo vedi cosa succede a mettersi con le donne sposate? Che ti mollano da solo nei momenti peggiori, ecco cosa succede… ti trovo subito dell’acido da sballo, fidati…”
Alex che si rimette in piedi, incerto, e cerca di accendersi la sigaretta.
“Senti, lasciami andare a casa… ho un bel po’ di roba da vomitare, credo.”
Io lo chiamo più volte durante il giorno. Lui non risponde mai. Io passo la notte di Natale da solo a bere e ad ascoltare per tre volte consecutive la Boheme con Maria Callas piangendo di commozione.

Quando Alex ritorna, raccogliendosi con un elastico i ricci inumiditi, mi sembra di avere la febbre. Quello che penso è che non avrebbe mai dovuto lasciarmi qui da solo in un momento del genere, ma non ho il coraggio di dirglielo.
Lui siede a gambe incrociate accanto a me, evitando accuratamente di incontrare il mio sguardo.
“Se dura fino a domani ci sono buone probabilità che duri per un bel po’”mi viene da dire a un tratto, per una ispirazione improvvisa, indovinando i suoi pensieri.
“Che strana teoria” mormora lui con un sospiro, tornando ad appoggiarsi alla vetrina. “Domani saremo in Brasile.”
Sono quasi le cinque di mattina e io non riesco a immaginare quando, come e dove sarà domani.
“Lascia stare, smetti di pensarci, Alex. Domani saremo in un posto dove non siamo mai stati, lascia che le cose succedano…”
Lui sogghigna cinico a occhi chiusi. “Dunque quello che deve succedere succederà in Brasile…È strano, non trovi? Attraversare l’oceano in attesa di una risposta, sbarcare in una terra sconosciuta e scoprire cosa dovrà accadere.”
“No, non è strano. È piuttosto logico, anzi. Pensa a chi in Brasile c’è arrivato per primo, pensa ai navigatori del quindicesimo secolo - stiamo parlando di più di cinquecento anni fa - io non so se fossero geni o pazzi furiosi, mi chiedo se fosse il coraggio o la disperazione a spingerli… ma pensa a come dovevano sentirsi quei capitani cui erano affidate centinaia di vite, addirittura le sorti di una nazione, in un certo senso, e potevano contare solo sull’aiuto delle stelle e sul proprio intuito e non avevano la minima idea di ciò a cui sarebbero andati incontro… Si mettevano in mare senza nemmeno sapere se sarebbero ritornati, semplicemente abbracciavano l’oceano e il proprio destino…”
Alex volta leggermente la testa verso di me e finalmente sorride “È bello starti a sentire, Steve. Non ho mai conosciuto nessuno come te. Hai sempre un modo così originale di vedere le cose e dire quello che pensi.”
Gli occupanti dei sacchi a pelo ordinatamente disposti al piano di sotto stanno cominciando a sbucare dai loro involucri. Improvvisamente riusciamo a percepire il rumore confortante delle porte automatiche. La vita ritorna.
Forse dovremmo muoverci in cerca del nostro volo. Gordon e gli altri saranno qui a momenti.
Mentre ci rimettiamo in piedi, le ossa a pezzi, i nostri sguardi si incontrano. Suppongo che sarebbe il momento giusto per provare a baciarlo ma non trovo il coraggio.
In lontananza riusciamo a distinguere le sagome dei due ecologisti belgi che si avviano all’imbarco verso le Azzorre. Provo all’improvviso uno smarrimento e una malinconia senza fine. Un inspiegabile senso di abbandono. Alex li segue con lo sguardo e il suo viso sembra distendersi. “Spero che facciano un buon viaggio e una buona vacanza… Che strano: non li vedremo mai più, ci pensi?”
Con estrema naturalezza il mio braccio destro scivola intorno alle sue spalle: sono curioso di indagare il suo sguardo, li voglio tutti per me questi occhi luminosi. I due belgi se ne sono andati, ma tu sei qui, tu sei qui con me, penso con indicibile sollievo. Quasi rispondendo ad un messaggio in codice la sua mano intreccia la mia.
“Lo sai, Steve, io non ho mai avuto paura di volare.”
“Nemmeno io, Alex.”

(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - decima puntata)

venerdì 6 novembre 2009

Capitolo 2 "Coincidenze" - nona puntata

Avevo sperato assurdamente che almeno un bar sarebbe rimasto in vita. L’aeroporto si è ridotto ad una specie di deserto freddo e asettico, popolato da pochi spettri affranti. Brancoliamo qui dentro da più di dodici ore: ormai è chiaro che non partiremo neanche stanotte. È con un certo sollievo, lo ammetto, che vedo Gordon avanzare dal fondo del corridoio verso di me.
“Partiamo domani mattina alle 6.35” annuncia con evidente soddisfazione, prima di spiegarmi che la compagnia aerea ci offre una notte in un hotel della città. Faccio un rapido calcolo.
“Gordon, ti rendi conto che ore sono?”
Gordon respira profondamente e, sforzandosi di essere gentile, chiede: “Qual è il problema, Steve?”
“Il problema è che tu non dovresti nemmeno farmi una proposta del genere. Non saremo in quel fottutissimo hotel prima delle 2 e alle 5 dovremo essere pronti a saltare sull’autobus come soldatini. Non posso nemmeno cambiarmi questi vestiti puzzolenti perché quei bastardi si sono ingoiati il nostro bagaglio...”
Gordon mi interrompe categorico e si prende il gusto di scandirmi in faccia: “Steve-fai-quel-cazzo-che-ti-pare.” Poi estrae una nuova carta di imbarco e me la lancia addosso ordinando: “Alle 5.45 dove c’è scritto lì. Ti auguro buon riposo.”

Ricomincio a vagare come un recluso su e giù per scale, corridoi e sale d’attesa. Esco a respirare la notte ma l’aria ha un odore pessimo di desolazione e il pensiero ossessivo di Corinne mi attanaglia di nuovo. La sua lettera d’addio resta un aperto atto d’accusa nei miei confronti: come Orfeo tu non hai avuto la forza di salvarmi, dice. Credeva nel potere della mia arte e io l’ho delusa, la mia arte non le è servita. A chi può servire la mia arte? Non è ridicolo e assurdo tutto questo? Non so fare altro che quello che faccio e quello che faccio è assolutamente inutile, se non dannoso.
È una sorpresa distinguere Alex seduto per terra laggiù in fondo, la fronte contro la vetrata, le braccia strette attorno alle ginocchia.
Sembra un bambino che spia dalla finestra il ritorno di qualcuno che gli tenga compagnia. Mi avvicino sentendomi invadere da una inspiegabile promessa di conforto e calore e, quando lo raggiungo, provo lo stravagante impulso di mettergli le mani sulle spalle. Ma conosco l’imprevedibile suscettibilità di Alex e mi trattengo.
“Hai visto Gordon?” gli chiedo.
Lui solleva la testa verso di me con una smorfia di rassegnazione che dice tutto. Restiamo per qualche minuto in silenzio ad osservare l’immobilità nera di là dall’immensa vetrata, poi decidiamo di riprendere insieme il vagabondaggio notturno.
Ormai abbiamo imparato a memoria l’aeroporto intero, abbiamo esaminato ogni singola merce esposta al buio dietro le grate dei negozi chiusi e sappiamo quali sono le toilettes da evitare. Alla fine, distrutti, ci sediamo a terra, le spalle contro la vetrina della libreria. I nostri anfibi si toccano, credo che abbiamo l’aria di due disperati in fuga.
“A cosa stai pensando?” chiedo a un tratto per inerzia.
Alex sogghigna e volta la faccia verso il bar deserto.
“Se è una cosa divertente voglio saperla” insisto io, accontentandomi di qualsiasi briciola di conversazione.
“No, divertente non direi” e il sorriso si spegne e lo sguardo resta fisso ai tavolini scheletrici del bar.
“Vorrei soltanto che si facesse giorno” proseguo io, scavalcando impietosamente la malinconia di Alex, con l’unico desiderio di trovarmi sulla pista di decollo in un deserto di erba bruciata.
Mi chiedo quanto a lungo riuscirò a sopportare il silenzio irreale di questa enorme cella frigorifera.
“Fa un freddo insopportabile” dice finalmente lui, come risvegliandosi, e sollevandosi un poco. Mi guarda. Poi appoggia la testa sulla mia spalla e si fa praticamente abbracciare. Il mio è un gesto semplice, perfettamente naturale, ed è il sintomo di una complicità esclusiva, rifletto con orgoglio.
Restiamo così a lungo, in silenzio, io che gli strofino lentamente un braccio, come per dargli calore, e lui che con un dito percorre il mio ginocchio, quasi per indovinarne i minimi dettagli attraverso i jeans. Mi sento lusingato da questa richiesta di aiuto da parte di Alex. Ancora una volta sono l’unico testimone di un suo cedimento e ne sono fiero.
Provo una sensazione bizzarra e vivissima: mi sento come se stessi percorrendo nella realtà una strada conosciuta precedentemente solo in sogno.
“Ti ricordi il provino?” domanda Alex rianimandosi all’improvviso. È stato un anno fa, più o meno, e ricordo tutto perfettamente.
“Tu credi alle coincidenze?” continua lui, ancora concentrato sul mio ginocchio sinistro.
Ho visto spesso Alex ubriaco. Ai tempi della sua relazione con la tipa dell’agenzia immobiliare aveva preso l’abitudine di nascondersi in certi locali assurdi a stordirsi di erba e vino e toccava sempre a me e Corinne andare a stanarlo. Ho visto Alex vomitare fino a sfinirsi e poi rientrare nel bar e ricominciare a bere, l’ho visto difendere contro ogni logica la propria solitudine. Sono così abituato alla sua resistenza orgogliosa che mi riesce difficile credere a questo smarrimento, a questa voce insolita e spezzata che mi chiede ancora, con insistenza infantile, se credo alle coincidenze.
“Non lo so, non ci ho mai pensato…”
La mia risposta sembra deluderlo moltissimo. Si stacca da me e si abbraccia le ginocchia contro il petto. Devo averlo ferito terribilmente.
“Io invece ci sto pensando da parecchio” riprende con la voce guastata dall’amarezza, con l’aria di uno che vuole comunque arrivare in fondo. “Il modo in cui ci siamo conosciuti, il fatto che fossimo tutti e due a Seattle, in quel preciso momento quando a te è successo quel casino col tuo chitarrista e quando io sono rimasto improvvisamente senza lavoro… e di come io ho saputo per caso che stavi cercando un chitarrista… sì, lo so, dal tuo punto di vista tu potresti dire che tutto avviene per caso e che se non avessi trovato me avresti di sicuro trovato qualcun altro e dal tuo punto di vista io potrei essere solo il tipo che ti ha rubato la ragazza e l’ha fatta scappare, insomma, dal tuo punto di vista…”
“Che cazzo stai dicendo?” lo interrompo bruscamente, irritato da quella sua rozza intrusione nel mio punto di vista.
Lui distende le gambe e si concentra sulle stringhe degli anfibi per trovare il coraggio di proseguire. “Voglio dire… Quando sono arrivato lì e ho parlato con te e poi abbiamo iniziato a provare, la sola cosa a cui pensavo era voglio avere questo lavoro, lo volevo con tutte le mie forze, e ho sentito chiaramente che la mia vita sarebbe stata inutile se non avessi potuto suonare con te… Nel momento in cui mi hai chiesto quale canzone dei Velvet Underground avrei scelto per una cover, non ho nemmeno dovuto rifletterci.”
Tutti i chitarristi che avevamo esaminato in precedenza erano caduti dalle nuvole a quella domanda e nessuno mi aveva fornito la risposta che desideravo, a differenza di Alex che invece sembrava avermi letto nel pensiero.
“Per qualche strana ragione avevo passato la notte ad ascoltare il disco della banana” continua intanto Alex. “All Tomorrow Parties è in assoluto il pezzo che preferisco, ho sempre avuto in mente di spalmarla di chitarre distorte, il suono più acido che si sia mai sentito, e tu hai detto finalmente! e allora ho capito che se non avessi potuto lavorare con te niente avrebbe avuto più senso nella mia vita.”
Non conosco un chitarrista più geniale di Alex. Con nessuno ho mai avuto un’intesa più immediata.
”Dici davvero?” Si volta di scatto a scrutarmi, gli occhi appuntiti dall’ansia.
“Non capisco dove vuoi arrivare, Alex.”
“La verità, vedi” prosegue lui torcendosi nervosamente una mano e abbandonando i miei occhi “la verità è che quando suoniamo assieme, io provo una sensazione stranissima… Non mi è mai capitato niente di simile. È qualcosa di cui non potrei più fare a meno…”
La mia mano si deposita sulla sua spalla. Ciò che vorrei trasmettergli è gratitudine, fondamentalmente.
“…è come se ci fosse qualcosa che ci unisce nel profondo, come se ci fossimo conosciuti in una vita precedente” sta confessando ancora lui, lo sguardo teso altrove. “È un’intesa così assoluta, così segreta, è esattamente come se stessimo facendo l’amore”.
Vedo una porzione di nubi nere scivolare lentamente nel mio cielo liberando uno spiraglio di azzurro, di aria nuova, di speranza.
Quello che provo non ha niente a che vedere con la felicità, suppongo, ma è qualcosa che non vorrei mai smettere di provare: è una specie di dolcissimo dolore, una sorta di languore eccitante che parte dallo stomaco e mi scalda le vene e comincia subito a consumarmi come una fiamma.
“Ci sono momenti” prosegue lui con la voce spezzata dentro il mio abbraccio “ci sono momenti quando sento questa specie di corrente fra me e te, e la sento così forte, ed è quasi una sensazione fisica e mi sembra che potrei ammazzare chiunque si permettesse di mettersi di mezzo…”
Le sue mani, bianche e scarne, stanno tremando in modo evidente. Gliele stringo istintivamente fra le mie e la sua chioma disordinata si rovescia su quell’intreccio in una supplica di perdono, perdono, perdono… Affondo le dita in quei morbidi serpenti semiossigenati, e mi sorprendo di come le mie mani giochino con assoluta naturalezza, totalmente disinibite, quasi non aspettassero altro.
Infine lui scoperchia uno sguardo desolato: “Ho rovinato tutto, vero?”
(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - nona puntata)

Intermezzo pubblicitario



Luca Frazzi è così gentile da aver invitato me e la creatura a fare un giro dalle sue parti. Meno male che mi sono comprata il volumone di Simon Reynolds sul post-punk. Adesso sotto a studiare che se Luca mi interroga...

venerdì 30 ottobre 2009

Capitolo 2 "Coincidenze" - ottava puntata

“Cos’è che stai facendo? Un maglioncino per loro?”
Deirdre sospende il lavoro e ti guarda. Sicuramente ti sei introdotto nei suoi discorsi con un argomento a sproposito.
“No, è per me” spiega poi docilmente stirandosi il lavoro sulle gambe, disposta a perdonare la tua distrazione.
Come ha potuto Deirdre commettere un errore così clamoroso? Quel colore non c’entra niente con lei. Quello è uno dei nostri colori, vorresti dirle, mio e delle bambine, non ha niente a che fare con te. Ma ti limiti a tacere, tornando a guardare lo spettacolo offerto da Julia e Chloe che non smettono di cantare e ballare sulla raccolta di singoli dei Depeche Mode.
“Ma ti sembra musica per loro?” osserva a un tratto Deirdre arrestando di nuovo il lavoro.
“L’hanno scelta loro” ti giustifichi come cadendo dalle nuvole “Non vedi come se la stanno spassando?”
Prima o poi ascolteranno anche i miei dischi, è la frase che non pronunci ma che raggiunge comunque tua moglie; Deirdre ti guarda ancora per un attimo, poi allontana da sé ciò che stava per dire e torna a contare i punti sul grosso ago di legno.
Le bambine si muovono con estrema scioltezza; sicure del proprio corpo, del proprio senso del ritmo, provano i movimenti, ne discutono, li ripetono. E tuttavia Chloe subisce la ginnastica a scuola come una condanna, non condivide le lezioni di danza con Julia e si degna di venire a pattinare con te solo per farti un favore. Chloe si è allungata più di Julia in queste ultime settimane, concordate tu e Didi, e i capelli corti la rendono meno bambina. Intuisci in Chloe una sorta di disagio nei confronti dell’infanzia; difficile prevedere l’evoluzione di un’inquietudine così acerba eppure già così evidente.
Lo sguardo di Deirdre ritorna pensoso sulla lana violetta e i suoi lineamenti stanno per disegnare uno di quei malinconici visi irlandesi, asciutti e un po’ aguzzi, che ti devastano di tenerezza. Ma poi, come sempre, il suo sguardo luminoso dissolve ogni malinconia e tu sai di poter contare ancora su di lei e così le tue dita si mettono a ravviarle i capelli dritti e corvini e poi le fai scivolare la testa in grembo usurpando il posto del lavoro a maglia e in un attimo Chloe e Julia ti sono addosso e tu ti metti a recitare tutta la tua stanchezza e la tua voglia di dormire col tono esagerato di un attore tragico e le bambine sghignazzano di felicità e alla fine solo Deirdre riesce a mettere un po’ d’ordine e a convincere le piccole in pigiama ad andare a dormire.
“Teoricamente avrebbero avuto bisogno di un altro bagno… non sono state ferme un minuto” riflette Deirdre facendosi abbracciare. Tu chiudi la conversazione con un bacio e la tua mano scivola sicura a insinuarsi fra le sue natiche.
Gli occhi luccicanti di Deirdre emergono dalla notte come fari bagnati. “Di cosa dovevamo parlare?” chiedono le sue lunghe dita fluttuando sul tuo petto. Devi fare tesoro di questi momenti. Concentrati e assapora ogni dolcezza perché non ci saranno briciole d’amore sparse sul pavimento domattina. La luce del giorno dissolverà queste lenzuola e la lussuosa carrozza di Cenerentola ridiventerà un semplice ortaggio senza vita. Sai bene che le preziose tenerezze di Deirdre non possono essere riprodotte all’infinito come un suono campionato, un gene moltiplicato.
“Di cosa dovevamo parlare?” sussurrano ancora le sue labbra quasi contro le tue. Un’altra di queste esortazioni da bambina viziata e ti verrà voglia di ricominciare tutto da capo.
“Lo sai cosa penso, Steve?” prende respiro sgusciando dalle tue braccia. “Che tu non hai bisogno di nessun antidepressivo.”

* * * * * * * * * * * * * *
Lisbona, settembre 1989

“Steve, datti una calmata e vieni ad ascoltare questi signori che raccontano cose molto interessanti.”
Su una piattaforma leggermente rialzata, dal tavolino del bar dove è seduto, Alex mi fa cenno di raggiungerlo. È in compagnia di una coppia di belgi sulla cinquantina, abbronzantissimi e dal fisico
asciutto, l’abbigliamento sportivo e trasandato di due ecologisti radicali. Anche loro bloccati a terra senza sapere esattamente perché, ci raccontano in un inglese più che discreto che stanno pensando
seriamente di trasferirsi nelle Azzorre. Ogni volta che si apre una falla nel loro vocabolario Alex li soccorre prontamente in francese, e così, per una decina di minuti, almeno, mi lascio deviare dai miei tormenti, e viaggio attraverso crateri gorgoglianti, in mezzo a vapori che sprizzano dal sottosuolo, lungo vallate azzurre di ortensie. I racconti dei naviganti in barca a vela mi scaraventano ad un tratto in un abisso di tempeste e abbandono, mentre Alex e i belgi sorridono, sempre più lontani da me, e chiacchierano senza voce e scivolano via lenti, trascinati dalla corrente.
“Tu non lo faresti un lavoro del genere?” Uno zoom da vertigine mi riavvicina alla camicia consumata di Alex, le righine sottili - verde acqua e marrone, verde acqua e marrone - sbiadite in un disegno vecchio di almeno un secolo.
“Come dici, scusa?”
“Il seppellitore di stufati di carne e verdure…”
“Seppellitore di che?!!!”
Indifferente alla mia distrazione, la testa abbandonata sulle braccia conserte, Alex mi spiega nei dettagli, con stupefacente dovizia di particolari, come si prepara lo stufato che viene poi calato nelle profondità ribollenti della terra per essere sottoposto ad una cottura sotterranea di cinque ore.
“Ci mettono pollo, carne di maiale, di vacca, lardo…”
“Ma per favore, mi sta venendo da vomitare!” Mi alzo disgustato spingendo indietro la sedia in un fragore metallico e, mentre mi allontano desiderando solo di ricongiungermi ai consueti tormenti, sento Alex sghignazzare senza pietà e poi confessare ai belgi, ridendo: “Siamo vegetariani convinti…”
Il tabellone delle partenze non dà segni di vita, per quanto ci riguarda. Numerose destinazioni non sono raggiungibili per motivi che vengono genericamente definiti tecnici e l’aeroporto comincia a brulicare di viaggiatori frustrati e annoiati. Ho completamente perso di vista Gordon e gli altri: la nostra prima volta in Brasile sta iniziando fra i peggiori auspici, degno epilogo di un’estate disastrosa.
C’è qualche telefono che sia sfuggito alla mia attenzione? Mi sembra di averli passati in rassegna tutti, ormai, in ossequio ad una invincibile superstizione per cui un apparecchio potrebbe rivelarsi più fortunato di un altro e schiudermi miracolosamente un canale di comunicazione con Corinne. Mi è rimasta una manciata di monetine a malapena sufficienti a stabilire un contatto: se Corinne si decidesse a rispondere mi ritroverei come un idiota col ricevitore in mano e una frase, magari proprio la frase decisiva, mozzata in bocca. Ma vale comunque la pena di provare.
“La vuoi smettere di tormentare quella ragazza?”
Alex si è materializzato alla mia sinistra, appoggiato alla parete, le mani ficcate nelle tasche dei jeans martoriati, e la voce e l’espressione del viso non sono certo quelle del tizio che mezz’ora fa se la stava spassando con due sconosciuti davanti ad un bicchiere di birra.
Riaggancio sentendomi un idiota. “Hai idea di dove siano finiti gli altri?” chiedo ostentando disinvoltura, recuperando le mie preziose monetine portoghesi.
Alex non risponde e mentre conto gli spiccioli sento i suoi occhi su di me, duri come pietre.
“Lo sai, invidio molto la tua capacità di stare a galla” dichiaro provocatoriamente a un tratto, senza più evitare il suo sguardo. Indifferente, lui abbozza stringendosi nelle spalle. “Si chiama abitudine” spiega cinico. “È che conosco solo quella versione, vedi: non mi è mai capitato di lasciare qualcuno, ho sempre fatto la parte di quello che viene lasciato.”
“Quanto a questo siamo pari” affermo risoluto, sentendo di recuperare terreno.
Alex si stacca dalla parete, svogliato, indeciso. Non so cosa darei per sapere cosa gli sta passando per la testa. Ho nostalgia di Corinne. Ho nostalgia delle nostre notti: io, lei e Alex in giro per locali, oppure seduti sui gradini di casa a contare lucciole e pipistrelli.
Quand’è che te la scopavi, Alex, la mattina mentre dormivo? Era da te che veniva tutte le volte che usciva da sola? Me lo dirai un giorno, avrai il coraggio di spiegarmi di cosa era fatta veramente la vostra relazione?
“Corinne era malata” dichiara Alex osservando chissà cosa davanti a sé. Deve aver avvertito il mio urlo silenzioso, tutta la rabbia e l’angoscia che mi stanno divorando l’anima, perché aggiunge subito: “Non facevamo niente di speciale, sai? Si può dire che siamo stati più spesso al cinema che a letto.”
“È per questo che Corinne ha lasciato la Francia per Londra, dunque, solo per andare al cinema… una spiegazione quanto meno originale.”
La mia provocazione non lo sfiora minimamente: è il film della nostra storia con Corinne che gli sta passando davanti agli occhi ora. “Corinne aveva un sacco di problemi” prosegue scuotendo la testa “tutte quelle paranoie sul sesso, ad esempio…”
“Non mi dire che te ne sei accorto anche tu” ribatto acido.
“Il tuo errore è stato assecondarla.”
“Era quello che lei voleva da me.”
“Ho solo cercato di farle capire che non c’era niente di sporco nel sesso, niente di sbagliato.”
“Insomma mi stai dicendo che con me viveva il lato malato della storia e con te invece quello sano.”
Con il rapido gesto che conosco bene, Alex libera il viso di un paio di ciocche contorte.
“Credo si possa dire così” mi conferma dopo una breve riflessione, degnandomi dei suoi begli occhi taglienti.
“Bene” concludo automaticamente, stupidamente, sentendomi quasi svenire.
L’invito inatteso a bere qualcosa insieme, unito a una vigorosa stretta sul mio avambraccio sinistro, mi impedisce di cedere alla disperazione. Avvistiamo un paio di posti liberi nel solito bar e ne approfittiamo rapidamente.
“Né io né te le abbiamo chiesto di andarsene” sentenzia Alex abbandonandosi contro lo scomodo schienale metallico. “Avrebbe potuto scegliere tra noi due. Invece lei ha scelto di andarsene.”
Quello che Alex non riesce a capire è che io temo che Corinne sia capace di qualunque cosa.
“È così fragile…” provo ancora a giustificarla.
“Steve, non puoi sentirti responsabile delle scelte degli altri” mi interrompe deciso, poi concentra uno sguardo malinconico sulle mie mani e, scuotendo leggermente la testa aggiunge: “Forse abbiamo visto in lei qualcosa che in realtà non c’era, voglio dire...forse era solo una ragazzina viziata e immatura.”
Io continuo a sentirmi responsabile della sua fuga e delle conseguenze che questa fuga avrà sulla sua vita. Forse avrei dovuto fingere di non sapere di lei e Alex,mi sarei semplicemente dovuto fare carico di quella parte di sofferenza, forse il mio sacrificio sarebbe servito.
“Diciamoci la verità” Alex si stropiccia gli occhi con l’aria di uno che non ne può più. “Sapevamo perfettamente che il ménage à trois non avrebbe mai funzionato.”
Mi sta ribaltando addosso le stesse parole che proprio io gli ho ripetuto per mesi fin dai primi giorni del suo arrivo a Londra, quando, cercando casa, si era imbarcato in una storia assurda con la titolare dell’agenzia immobiliare, una specie di donna in carriera sposatissima che avrebbe potuto essere sua madre.
Sconsolato, Alex abbandona la testa sul tavolino ancora ingombro dei bicchieri sporchi di chissà chi.
L’ultima cosa che desidero in questo momento è partire per il Brasile. Non so davvero dove troverò la forza di fare tutto ciò che si ci si aspetta da me. Forse avremmo fatto meglio a cancellare tutto.
“Gordon ti avrebbe ammazzato” dice Alex sollevando uno sguardo assonnato.
Non so. La Svizzera, ecco, penso che in questomomentomi consolerebbe viaggiare per la Svizzera. Ho riletto da poco qualche pagina di Frankenstein e mi è rimasta addosso la voglia di quelle montagne nitide, di quei laghi limpidi, fiabeschi. Deve pur esserci qualcosa di potente in quei luoghi se hanno affascinato Shelley e Byron.
Alex sembra considerarmi qualche secondo col più profondo disprezzo. “Cosa pensi di trovarci da quelle parti, oltre a una quantità di gioiellerie e farmacie?”
Nessuno riesce a spiazzarmi come Alex. “Le farmacie possono essere molto interessanti” recupero, preparandomi a un nuovo duello.
“Non farti illusioni, senza ricetta non ti sganciano neanche la polvere del pavimento, ammesso che ce ne sia.”
“Sei molto esperto, vedo…”
“Ci sono cresciuto, da quelle parti.”
“Cosa vuol dire, scusa? Non sei cresciuto in Francia?”
Alex scuote la testa inghiottendo l’ultimo sorso di birra. “Collegi svizzeri” butta lì. “Quel genere di cose...”
“E come mai?” azzardo dopo un istante di incertezza.
“Un’iniziativa di mio padre, suppongo…”
Devo giocarmi bene le domande perché sento che la partita sta per chiudersi.
“I tuoi hanno divorziato?”
“Stammi a sentire” comincia con aria definitiva, scuotendosi via briciole inesistenti dai pantaloni. “Mio padre non l’ho mai neanche visto in faccia e mia madre deve aver trovato di meglio e se n’è andata via che ero ancora piccolo. Questo è quanto.”
La conversazione è destinata ad estinguersi. Non c’è molto da aggiungere, in effetti.
“Beh, comunque quei laghi mi piacerebbe vederli” concludo con calcolata indifferenza.
“Io li odio i laghi. Mi fanno pensare alla morte.”
Credevo di non avere rivali in materia di fantasie macabre. Benvenuto nel mio castello di incubi, Monsieur Ducrey.
“E comunque questa birra fa veramente pisciare… in tutti i sensi, intendo” accenna col capo al bicchiere vuoto mentre si alza con lenta rassegnazione. Poi, senza aggiungere altro, mi abbandona.

(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - ottava puntata)

mercoledì 28 ottobre 2009

Lettera aperta all'autore della recensione del Moonlight Festival apparsa sul sito www.erbadellastrega.it

Spettabile Redazione,

sono l'autrice del romanzo "L'inutile guida" presentato durante la seconda giornata del Moonlight Festival e mi rivolgo all'autore della
recensione per informarlo che del mio secondo romanzo pubblicato si può dire di tutto tranne che sia una "storia di musicisti tossici e alcolizzati".

È pur vero che il romanzo è stato presentato all'ora di pranzo, e sappiamo tutti che alle budella non si comanda e che più che l'onor potè il digiuno, ma se solo l'autore della recensione avesse resistito un quarto d'ora al richiamo dei succhi gastrici, avrebbe potuto farsi de "L'inutile guida" un'idea un po' meno grossolana.


Sarebbe stato molto più corretto da parte dell'autore della recensione non esprimere giudizi sul libro; sarebbe stato più serio, piuttosto, citarne solamente il titolo.
Sarebbe stato di gran lunga più professionale per l'autore della recensione attingere alla scheda pubblicata sul sito del Moonlight e svolgere così il proprio compitino con un'idea un po' più precisa circa i contenuti del romanzo.


Un lavoro che ha richiesto due anni di scrittura e uno di revisione non merita un giudizio così sbrigativo e volgare.
Non si scrive per hobby o per diletto. Scrivere costa fatica, una fatica che forse l'autore della recensione non sarebbe in grado di reggere visto che non riesce nemmeno a sostenere i morsi della fame per mezz'ora.

Personalmente tengo sempre in gran conto le critiche negative qualora siano motivate e frutto di una lettura attenta. Viceversa non permetto a nessuno di offendere gratuitamente le creature che ho portato in grembo per tre anni.

Sarebbe onesto oltre che doveroso da parte dell'autore della recensione rettificare pubblicamente il proprio giudizio. Grazie.


venerdì 23 ottobre 2009

Capitolo 2 "Coincidenze" - settima puntata

Fra le parole che Deirdre accumula morbide e regolari sopra il lavoro a maglia capti a un tratto il nome di Mrs Brennan. Certo non ti è sfuggita la perplessità con cui Mrs Brennan ha accolto la tua decisione: quando ti sei affrettato a spiegarle che Sandra ti avrebbe sostituito brillantemente lei ha detto con molta semplicità di non avere dubbi in proposito, ma la sua mente era altrove. Mr Williams, lei deve pensare a se stesso, ha detto all’improvviso, interrompendoti, gli occhi stanchi fissi su di te, come in attesa. Le ragazze in carcere sono al sicuro, sembrava dire, ma tu non lo sei affatto.
Di cosa ti sei mai illuso? La gente come te non guarisce mai, dovresti saperlo. Hai solo imparato a difenderti da te stesso. E questo silenzio, questa monotona prevedibilità è il prezzo da pagare. A chi interessa sapere che a 12 anni vivevi trascinandoti nella testa interi blocchi di Les fleurs du mal o che ti sei letto tutto Camus di nascosto sotto il banco durante le lezioni di chimica? Tutto questo non è più moneta corrente, né qui né altrove. Qui a nessuno interessa quella tua fame dell’anima, quell’impazienza divorante che aveva fatto di te un autodidatta precoce. Era una specie di furibonda speranza ciò che ti faceva passare da un innamoramento all’altro, il bisogno di aprirsi un varco e respirare, vedere un po’ d’azzurro. Era stato per amore dei lieder di Schubert, per la golosità di quelle parole nuove, di nuovi sogni, che avevi rubato una grammatica tedesca dalla biblioteca della scuola. Non fosse stato per gli episodi di irriverenza feroce, i repentini moti di insubordinazione che scalfivano la tua preoccupante timidezza, ti saresti guadagnato senza alcun dubbio la fama di bambino prodigio. Ma il tuo sguardo andava ben oltre la piccola realtà che avevi attorno. Tutto ciò che desideravi era di essere lasciato libero. Dal giorno in cui hai aperto gli occhi su questo mondo tu non hai fatto altro che desiderare di essere altrove. Sei sempre stato perfettamente consapevole della tua condizione di accessorio superfluo della famiglia. Un’appendice inutile, una presenza del tutto casuale. Perciò hai imparato in fretta a ritirarti nella scatola delle tue fantasie: hai sempre e solo cercato di procurare il minor fastidio possibile. Ogni frammento di conoscenza rappresentava un gradino verso la libertà: ampliava il tuo mondo interiore e lo arricchiva, ti permetteva di prendere il largo e visitare nuove terre, nuovi sogni e modellare i compagni di viaggio che ti sarebbe piaciuto avere accanto. Lamusica di Debussy aveva su di te un potere ipnotico; potevi trascorrere pomeriggi interi a suonare Children’s Corner: se chiudevi gli occhi vedevi distintamente i fiocchi di neve posarsi delicati e lievi sui tasti del pianoforte, sui gradini di una vecchia casa di Parigi, vedevi tutta Parigi attraverso i boulevards ghiacciati ornati di alberi scheletrici, e una ragazzina - la solita - con una lunga sciarpa di lana intorno al collo usciva da una boulangerie e sentivi sotto le dita i tasti gelidi e le note soffici e oblique come i sogni. Era uno stordimento irresistibile che solo quelle armonie impalpabili riuscivano a procurarti, quasi il bisogno fisico di essere risucchiato da una spirale misteriosa, popolata di presenze amiche. Tutti quei luoghi, quelle persone, vivevano e crescevano dentro di te come deliziosi parassiti, come amici segreti cui ti rivolgevi d’istinto quando la realtà diventava noiosa e insopportabile. Costituivano il tuo mondo parallelo. Erano la tua via di fuga, la tua sola salvezza.
Per qualche strana ragione ogni particolare era ritornato a galla intatto, con lo stesso profumo struggente, nell’istante in cui ti eri trovato incatenato allo sguardo autorevole della dottoressa White. Sotto quel guscio caldo che avresti facilmente confuso con la cabina del capitano di un antico veliero non fosse stato per i disegni infantili alle pareti, la tua nuova città straniera, la città che aveva accolto la tua vita disastrata si stava muovendo al ritmo di ogni giorno, indifferente, laboriosa, tollerante. Dopo una buona mezz’ora trascorsa unicamente a singhiozzare tutta la tua disperazione, mentre la dottoressa White ti osservava tranquilla dall’altra parte della scrivania di legno scuro, le primissime parole che eri riuscito a pronunciare erano state per Elise. Trascinato a riva dalle lacrime, sulla spiaggia sassosa di Hastings era riaffiorato il primo autentico sogno della tua vita e finalmente gli stavi dando voce, gli davi il posto che gli spettava, finalmente, e sentivi di meritare un risarcimento per la sua scomparsa e chiedevi conto di quell’ingiustizia. Stremato e in ginocchio, al capolinea delle tue sofferenze, al tribunale dei tuoi errori, non avevi forse diritto a controbilanciare le accuse?
Elise era stata irraggiungibile da subito. Una bellezza metafisica che aveva folgorato la tua esistenza anonima di bambino qualunque. Un’autentica principessa che si degnava di alloggiare presso quegli sgangherati dei tuoi vicini di casa. Mamma, perché non ospitiamo anche noi delle studentesse straniere in estate?, ti ostinavi a chiedere pur conoscendo già le risposte: lo sai, tuo padre non vuole estranei per casa; oppure: lo sai, tuo padre dice che noi non abbiamo bisogno di quei soldi.
Così, la speranza di poter stabilire un contatto con una principessa francese come Elise restava confinata dietro i vetri della finestra da cui spiavi il suo ritorno dalle lezioni. Non sarebbe servito a nulla dirle che il tuo cuore poteva dilatarsi a dismisura, fino a contenere tutto l’amore, tutta l’ammirazione che provavi per i suoi lunghi capelli biondi, per la nobile indifferenza attraverso cui considerava il mondo. Tutto ciò che ti veniva concesso era immagazzinare nella tua anima quanti più particolari possibile: dallo scatto altezzoso del capo per ricondurre all’ordine il mantello della chioma, all’esile collo sempre fasciato da un foulard. Dentro il tuo letto illuminato dalla luce d’estate, iniziavi la giornata attendendo con trepidazione l’arrivo del postino che, prima di toccare il cancello di casa tua, aveva forse maneggiato e depositato nella cassetta di Mrs Butterfield una lettera proveniente dalla Francia. Una lettera per Elise. Il resto dei particolari, tutti i particolari, arrivavano da Robert e Sarah. Grazie al preziosissimo sodalizio con i gemelli di Mrs Butterfield avevi potuto prendere parte a quella indimenticabile passeggiata serale sul lungomare e ti era finalmente stato possibile camminare a pochi centimetri di distanza da Elise. Era la tua grande occasione: avresti addirittura potuto rivolgerle la parola. Il profumo croccante dei dolci è ancora lì intatto nella tua memoria, insieme alle zaffate di pesce e patatine fritte e agli involucri unti fra le mani delle compagne di Elise. Lei impeccabile, flessuosa, le dita che fermavano carezzevoli la chioma liscia strattonata dal vento, elargiva sorrisi con la cortesia formale di una principessa in visita ad un paese straniero. La sua classe innata le consentiva di tollerare con grazia la costrizione di una passeggiata con dei minuscoli esseri insignificanti, quando era chiaro che lei avrebbe voluto essere altrove. La verità ti aveva raggiunto come una freccia dritta nel cuore: si lascia toccare, dicevano Sarah e Robert, ha un ragazzo, un francese del suo gruppo, lei la sera esce di nascosto, l’abbiamo vista baciarsi, e lui la toccava.
Era dunque questo che si nascondeva sotto l’impazienza trattenuta della tua principessa? Era dunque a causa di quel francese alto e magro come un rastrello, era per via di quello spaventapasseri dalla zazzera spiovente sugli occhi scuri, era per quei suoi modi affettati da signore che tu venivi ricacciato in un angolo come un burattino senza vita, dimenticato per la sua totale inutilità?
Il conforto dei gemelli di Mrs Butterfield si era rivelato fondamentale per la tua sopravvivenza. Robert e Sarah, che condividevano con te l’ambigua condizione di ultimi arrivati in famiglia, erano diventati dei compagni di vita insostituibili: la vostra era fondamentalmente una società di mutuo soccorso contro fratelli e sorelle maggiori, contro le loro angherie e i loro dischi dei Beatles.
Sarebbe stato tutto più sopportabile se aveste potuto frequentare la stessa scuola, le stesse lezioni di religione, sperimentare insieme l’angoscia della Prima Comunione e delle cose da dire e da non dire dentro il confessionale. Invece c’era qualcosa di indefinibile a dividervi, qualcosa che non venivamai nominato e tantomeno messo in discussione. Qualcosa che aveva permesso a Mrs Butterfield di avere cinque figli da tre mariti, l’ultimo dei quali scandalosamente più giovane di lei. Avevi la sensazione che fosse lo stesso indefinibile qualcosa a fare di Mrs Butterfield una donna spiritosa e piena di vita che metteva in lavatrice gli stivali di gomma assieme alle mutande e stendeva ad asciugare le camicie con le maniche arrotolate. Era forse per via di quei lunghi capelli neri scarmigliati, la carnagione da zingara e le maglie scollate, forse per via di quel marito dai riccioli biondi che concedeva qualsiasi cosa ai bambini, era forse per l’insieme di tutte queste disastrose ragioni che mamma si sentiva in dovere di dare una mano a quella povera Heather, preparandole tonnellate di torta al rabarbaro o prelevando enormi ceste di panni da stirare. Saranno anche stati una famiglia di atei scombinati, come era solito definirli tuo padre, ma era evidente che mamma non avrebbe rinunciato per niente al mondo alla loro imprevedibile compagnia. Quanto a te, avresti dato qualsiasi cosa per farti adottare da Mrs Butterfield: avresti pagato volentieri il pegno di andare a scuola con qualche patacca di marmellata sulla maglia pur di iniziare la giornata con una lotta di cuscini insieme a Robert e Sarah.
(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - settima puntata)

venerdì 16 ottobre 2009

Capitolo 2 "Coincidenze" - sesta puntata

“Il momento della mia scarcerazione si avvicina ed è come se una nube nera si addensasse sulla mia testa. Ho un macigno sul cuore. Questi mesi di pace e tranquillità saranno spazzati via dal fragore del traffico, dal silenzio di mio marito, dalle lacrime della sua famiglia, dall’indifferenza di mio padre. Non avrò mai laforza di affrontare ancora il mondo là fuori. Vorrei poter restare qui per sempre. Vorrei che tutto potesse continuare così fino alla fine dei miei giorni.
Qui ho trovato molte persone disposte ad ascoltarmi. Ho sempre opposto una certa resistenza all’aiuto che mi veniva offerto, come se non lo meritassi, come se il mio dolore fosse troppo grande per essere medicato. A volte penso a quanta energia ho impiegato per custodire il mio dolore dentro di me, per convivere con la mia ferita: se solo fosse possibile premere un interruttore e convertire questa energia in fiducia, speranza e amore per se stessi…se fosse stato possibile, come sarei andata lontano! Mi fanno ridere tutte quelle teorie sull’autostima. Quando ti mettono una gabbia intorno all’anima nel momento in cui vieni al mondo che possibilità hai di liberarti?”

Dovresti trovare la voglia di alzarti e metterti a cercare quella specie di agenda dove ti eri segnato l’appuntamento con la dottoressa White. Era fine ottobre, probabilmente; te l’eri scritto da qualche parte pensando qualcosa a proposito del compleanno e dei regali per le bambine. Certo da qui a fine ottobre è un tempo infinito.
La telefonata di tua moglie arriva provvidenziale. “Cosa stai facendo?”
“Niente. Hai fatto bene a chiamare. Tu cosa stai facendo?”
“Sto andando da un cliente. Un lavoro piuttosto importante”
“Abbastanza complicato da piacerti?”
“Direi di sì. Ci vediamo stasera?”
“Vado a prendere le bambine e penso io alla cena.”
“Tu hai fatto di me una vegetariana quasi perfetta.”
“Ho bisogno di parlarti Didi.”
“Naturalmente…”
Il tuo silenzio viene colmato dal ruggito di un autobus. Ti stai immaginando Didi e il suo passo sicuro, la valigetta del computer in una mano e il telefono nell’altra. Stai per chiederle come è vestita oggi, quando lei interviene con quel suo tono di affettuoso rimprovero.
“Steve, non startene tutto il giorno chiuso in casa. Non credo proprio sia stata una buona idea sospendere il lavoro al carcere.”
“Ho finito gli antidepressivi, cioè, voglio dire, quelli che ho in casa ormai sono scaduti…”
“Sei sicuro di averne bisogno?”
“Che domande…”
“Se sono scaduti vuol dire che sei riuscito a farne a meno per un sacco di tempo: cerca di vedere il lato positivo nelle cose…”
“Perché non mi prendi mai sul serio?”
“Oh, io ti prendo sempre sul serio, Steve, però penso anche che un tempo andavi dalla psichiatra due volte a settimana mentre ora ci vai ogni tre mesi giusto per chiacchierare delle bambine. Voglio dire, stasera parliamo, d’accordo, ma di qualunque cosa si tratti, per favore, non farne una tragedia come al solito.”
“Lo vedi che non mi prendi mai sul serio?”

“Qui ho tutto quello che mi serve per essere felice. Qui siamo tutte uguali. Non devo lottare, non devo difendermi, non devo dimostrare niente. I giorni sono tutti uguali e questo mi basta. Sono libera dalla schiavitù di comprare sempre nuovi vestiti per sentirmi all’altezza.
In un certo senso qui ho avuto tutto ciò che desideravo. Dopo questo non potrebbe esserci più niente, non vedo un’altra felicità possibile. Grazie a te qui ho trascorso uno dei periodi più felici della mia vita. Davvero ti devo molto: la mia esperienza della felicità è legata solo ed esclusivamente a te. Io non so, non ho mai saputo che peso dare alle coincidenze, se credere che abbiano un significato. Ti è mai capitato di rifletterci? Certo è piuttosto curioso questo continuo intrecciarsi fra la mia vita e la tua. Ci sono molte cose che non sai. Avevo bisogno di raccontarti, volevo che tu sapessi.
È strano come io ricordi con assoluta precisione ogni dettaglio della prima volta che ti ho incontrato (quasi vent’anni fa: ci pensi?) mentre ora non so più collocare con esattezza nel tempo il giorno in cui, contro ogni logica, contro qualsiasi ragionevole aspettativa, ti ritrovai di nuovo sulla mia strada qui a Dublino. Era sicuramente inverno ed era un giovedì pomeriggio, questo lo ricordo bene perché stavo consumando il mio turno di riposo vagando per le solite strade del centro senza decidermi a tornare a casa. Sapevo che se avessi proseguito per Grafton Street sarei finita in qualche negozio a comprarmi l’ennesima camicia inutile, perciò mi costrinsi a fare un giro da Tower Records - non ci mettevo piede da mesi - pensando che un cd economico avrebbe potuto essere un buon compromesso. Curiosavo distrattamente, senza trovare nulla di interessante, quando ti vidi. Un libro intero non sarebbe sufficiente a descrivere tutte le emozioni di quel momento. Il battito del mio cuore era incontrollabile. La mia testa scoppiava di domande. Aggrappata a te come una scimmietta c’era una bambina di un paio d’anni circa. Appollaiata al sicuro fra le tue braccia, osservava il mondo che ti si agitava alle spalle. Aveva
un’espressione piuttosto seria, quasi accigliata, mentre prendeva in considerazione tutto ciò che avveniva intorno a te. Come una guardia del corpo intenta a sventare qualsiasi minaccia di pericolo registrava ogni particolare dentro quei due incredibili occhi blu del tutto identici ai tuoi. Era il tuo angelo custode, evidentemente. In quel momento non sapevo - ma avrei dovuto immaginarlo - che per un’anima inquieta come la tua era stato previsto un angelo supplementare.
Stavi cercando qualcosa nel reparto di musica classica. Mi avvicinai fingendo di dare un’occhiata ai cd. La bambina era indiscutibilmente tua figlia: inutile fare altre congetture. Quante cose dovevano essere successe in quegli anni di silenzio, dopo la tua scomparsa dalle scene. Era dall’uscita di
Black Jungle che si erano perse le tue tracce. Mi feci una sorta di esame di coscienza: non ricordavo più la sequenza esatta dei brani di Black Jungle, non ricordavo più nemmeno tutti i titoli, e con i cd precedenti andava anche peggio. Nel frattempo tu avevi messo le mani su una copia di Pierino e il lupo raccontato da David Bowie e ti stavi già avviando alla cassa. Scendendo le scale
oltrepassasti con la massima indifferenza lo scaffale su cui campeggiava la scritta INDUSTRIAL/GOTHIC. Sapevi di essere stato classificato lì dentro? Di solito lì ci sbattono i pazzi furiosi che non trovano collocazione altrove. Seguendoti verso l’uscita, trovai il tempo di lasciare una rapidissima carezza sulla tua discografia, come per chiederti scusa di essermi dimenticata di te. Fuori era buio, le strade affollate. Tu eri già scomparso. Come una nuvola di passaggio. Come una visione.
C’è un cambiamento, mi disse Erin O’Shea quel pomeriggio: non sei più nel gruppo di Sandra, sei stata spostata nel gruppo di Steven. Poteva importarmene qualcosa? Chissà, forse Erin mi spiegò anche le ragioni di quel cambiamento, ma io non ci feci caso. Ero in prigione da un paio di settimane, forse, e avevo già perso la cognizione del tempo e avevo perso interesse per qualsiasi cosa. Ero già pentita di aver scelto di partecipare al laboratorio di musica come lo chiamavano loro. Forse avrei fatto meglio a restarmene sdraiata tutto il tempo a guardare la televisione e farmi scivolare addosso ogni singolo giorno della mia prigionia. Se vuoi puoi cominciare subito, stava dicendo Erin, loro stanno già provando. Spensi il televisore e la seguii come un automa senza pensare a nulla.
Devo esserti sembrata senz’altro una povera scema, una perfetta deficiente. Sai perché scoppiai subito in lacrime? Perché non ti avevo mai visto così felice. Tu eri lì che ridevi, eri seduto sul pavimento e dondolavi le ginocchia con l’aria di uno che si stava divertendo un mondo. C’erano alcune giovani donne sedute attorno a te e stavate parlando, ridendo, e io pensai che non ce l’avrei mai fatta, non avrei mai potuto sopportarlo. Ti alzasti a darmi il benvenuto e tutto quello che mi riuscì di fare fu di mettermi in un angolo a singhiozzare. Grazie per essere venuta, Lynn, la prossima volta andrà sicuramente meglio, mi dicesti alla fine mentre arrotolavi rapidamente un cavo. Continuai a piangere per giorni. Tutti pensavano che io piangessi per le ragioni per cui di solito si piange durante i primi giorni in prigione. Non potevo dire a nessuno la verità. Io piangevo per l’assurdità di tutto quanto. Piangevo perché non sapevo più chi avevo amato veramente per tutti quegli anni inutili della mia vita. Io piangevo per te. Piangevo per noi. Dall’alto dei nostri sogni, della nostra musica, di tutti i palcoscenici dove ti avevo cercato, ammirato, adorato, eravamo precipitati tutti e due sul pavimento di una prigione.”


È come se ti fosse franato addosso tutto quello che ti sembrava di aver costruito. Dove pensi di andare con la testa ingombra di calcinacci, l’anima imbrattata di polvere? Le voci delle bambine sono lontane, anche il profilo un po’ spigoloso di Deirdre si sta confondendo tra il lungo ago di legno e il gomitolo lilla che si srotola sul pavimento.
Troppo facile gettare tutto nella spazzatura, dire che è stato tutto sbagliato. E comunque non te lo potresti permettere, proprio ora che hai fatto terra bruciata dietro di te.
Hai qualche alternativa a tutto questo?


(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - sesta puntata)

venerdì 9 ottobre 2009

Capitolo 1 "Holles Street" - quinta puntata

“In teoria dovrebbe rendere le cose più facili…” riflette Chris concentrandosi seriamente sui propri anfibi.
Invece io continuo a pensare che l’amore abbia qualcosa a che vedere coi sogni. Sì, io credo che sia da questo che uno riconosce l’amore: deve essere la materializzazione di un sogno, un sogno che forse non ti sei mai accorto di sognare, un sogno che giaceva dentro di te e che si rianima all’improvviso, proprio nell’istante in cui l’amore incrocia la tua vita.
“Ah già, dimenticavo” Chris solleva le mani in segno di resa. “Dimenticavo che tu punti in alto.”
So bene a cosa allude Chris. La mia dichiarazione d’amore incondizionato nei confronti di Chrissie Hynde dei Pretenders è finita su parecchi giornali, e comunque non mi pento di aver detto che la corteggerei senza pietà se solo qualcun altro non mi avesse già battuto sul tempo. Non è solo una questione di voce magica, talento e presenza scenica: Chrissie è davvero la donna meravigliosa che sembra. Per lei sarebbe stato più semplice ignorarmi, classificarmi come il solito presuntuoso in cerca di pubblicità. Che una dea come lei si degnasse di benedire pubblicamente il mio lavoro è molto più di quanto potessi ragionevolmente sperare: senza contare la lotta comune a favore del vegetarianesimo contro il massacro degli animali. È come se tutto cominciasse davvero ad avere un senso. Come se la mia vita avesse uno scopo, finalmente.
Anche l’appartamento di Camden potrebbe avere i mesi contati se tutto continua così.
È solo la faccenda di Mike e Carol a proiettare un’ombra di incertezza sui miei progetti. So che Mike ce la sta mettendo tutta per rimanere a galla, ma a voltemi spaventa: è come se non riuscisse a immaginare se stesso senza Carol. Quella cosa che mi ha detto l’altro giorno - la storia del paracadute - mi ha lasciato senza parole: mi sento come se fossi stato sganciato da un paracadute in un paese mai visto, mi ha detto, come se mi fossi svegliato in un altro mondo e dovessi reinventarmi una vita, ricominciare tutto da capo.
“Se quell’idiota che ci abitava prima non pagava il telefono che cazzo c’entra Mike?”
Chris sta superando il livello di guardia: nemmeno Mike lo vorrà tra i piedi in queste condizioni. Fermi in mezzo al marciapiede ci sono tre turisti, italiani, direi, a giudicare dai vestiti e dalla discussione accesa ad altissimo volume.
Le due ragazze sono le più agitate, mentre lui sembra mantenere la calma. Non capisco cosa sia andato storto, certo hanno l’aria di chi si è trovato una porta sbattuta in faccia. Guardano i passanti come se si stupissero della loro indifferenza. Benvenuti a Londra, gente: qualunque sia il vostro problema non troverete nessuno disposto ad aiutarvi, almeno fino a lunedì.
Con lo sguardo riesco ad abbracciare almeno nove ristoranti specializzati in altrettanti tipi di cucina. L’odore di carne arrostita e cipolle che spira dal bugigattolo accanto sta cominciando a infastidirmi seriamente. Intanto, in un basement poco distante si accendono le insegne verdi di un night club libanese, o così almeno sembra.
Do una gomitata a Chris indicandogli il locale. “Vuoi farti un giro? Ti andrebbe uno spettacolino di danza del ventre?”
Chris finalmente raccoglie. “Finiscila… non siamo vestiti nel modo giusto… una bella camicia di seta luccicante, ecco quello che ci voleva…tu poi con quei capelli... non ti farebbero neanche avvicinare all’ingresso.”
Franiamo tutti e due in una risata che mi fa venire voglia di birra, una voglia irresistibile di una pinta di lager gelata.
Mike, vuoi tirarti fuori dal letto, cazzo? Cerco di individuare la sua finestra, lassù al quarto piano, dove c’è solo una serie di rettangoli muti e senza luce.
Non appena sento scattare il pulsante che apre automaticamente il portone, afferro Chris come un sacco di patate e lo spingo nell’atrio davanti a me. Le due anziane signore in soprabito color crema, pentite di averci incautamente favorito l’ingresso, ci guardano con disprezzo. O non sarà piuttosto invidia e ammirazione per la mia inimitabile chioma selvaggia?
“Cercheremo di non essere in ritardo per la Messa! Intanto accendete un paio di candele per noi!” schiamazzo verso di loro, una volta al sicuro al di là del portone di vetro.
Quando sbuchiamo dall’ascensore ci troviamo davanti un elegantissimo signore corpulento, la pelle ambrata e un gran paio di baffi scuri; dietro di lui due sagome nere, il volto quasi interamente coperto da una maschera rigida. Percorriamo il corridoio fino all’appartamento di Mike, dentro la fragranza dolciastra e oleosa diffusa dalle due donne velate. Il campanello suona a vuoto. Busso solennemente.
“Siamo della compagnia dei telefoni, signore” annuncio con un assurdo accento del Nord. “Lei si rifiuta di pagare e noi siamo venuti a portarle via quel meraviglioso apparecchio preistorico che si ostina a tenere inutilmente in soggiorno… L’avevamo avvertita, signore… ora sfonderemo la porta…”
La maniglia che non oppone resistenza ci fa passare all’improvviso la voglia di scherzare. Sono ombre cupe quelle che riempiono l’appartamento e il ronzio del televisore è quello dei vicini, perché l’apparecchio di Mike lampeggia nella semioscurità solo immagini mute.
Sento la mia voce piegarsi in un tono inspiegabilmente carezzevole.
Il nome Mike resta lì sospeso in mezzo all’appartamento immobile, galleggia sull’odore stantio di caffè freddo e banane acerbe.
Dietro lo schermo del televisore, in un silenzio bianco e verde, si agitano i giocatori di cricket. Odio il sabato. Odio i pub gonfi di parole inutili: cricket e calcio per dimenticare che domani sarà domenica, un’altra orribile, inutile serie di puntini di sospensione in attesa che la giostra ricominci a girare. Ho sempre odiato il sabato sera.
“Mike, dove cazzo sei?” urlo alla fine terrorizzato sperando con tutto il cuore di trovare l’appartamento deserto. Cristo Mike, lo sai che non mi piacciono i thriller, penso spingendo con due dita la porta della camera da letto, che idea del cazzo uno scherzo del genere - bene, il letto è a posto, qui è tutto a posto - Ok, Mike, bastava dirlo che non avevi voglia di uscire con noi stasera, sarebbe stato più educato, oltre che più semplice, dirci…
Cado in ginocchio come se mi avessero colpito. Le mie dita affondano isteriche nella polpa pelosa della moquette per strapparla, distruggerla, squartarla. Cazzo cazzo cazzo. Urlo e pesto pugni finché ho fiato, finché le forze non mi abbandonano.
“Non toccarlo!” ordino mille volte a Chris bloccandolo per le caviglie e la mia voce è un fiume di lava, un fiume di terrore in piena.
“La polizia” risolvo con un’illuminazione improvvisa. “La polizia, Chris, chiama la polizia, e un’ambulanza, sì, dobbiamo chiamare un’ambulanza.”
Sì, è la cosa da fare, sarebbe la cosa da fare, se solo riuscissimo a muoverci, a disgiungerci da questa specie di abbraccio congelato.
Nell’angolo della doccia Mike dorme con le gambe piegate, imbrattate, e gli avambracci sporchi scorrono verso le mani nere, i palmi abbandonati all’insù, le dita raggrinzite in una preghiera spenta.
La morte è orribile, la morte è orribile, cazzo, orribile in tutte le sue maschere odiose.
“Non toccare niente” ripeto ossessivamente a Chris spingendolo fuori dall’appartamento. “Non toccare niente, Cristo, e lascia perdere quel cazzo di telefono, Cristo, cerchiamo un altro fottutissimo telefono, cazzo…”
La cabina. La cabina dove poco fa i tre italiani telefonavano e discutevano, la cabina rossa dove solo ieri sera stavamo giocando a Ziggy Stardust.
Chris intanto si è buttato contro ogni singola porta che si affaccia sul corridoio, supplica aiuto come un pazzo: i volumi dei televisori si abbassano, danno voce per un istante alla sua follia, poi ritornano pacificamente al livello consueto.
“Che cazzo ve ne state lì a guardare Eastenders, bastardi, voglio solo usare il telefono, lo capite o no?” Non una sola porta si apre sulla morte di Mike, sulla sua solitudine, sul nostro futuro annientato.
Mi prende una specie di compassione per Chris e per la sua disperazione e lo raggiungo in fondo al corridoio. “Vieni giù con me, Chris” provo a dirgli afferrandogli le braccia. “Ho bisogno del tuo aiuto. In strada c’è un telefono, devi scendere con me, devi tenermi aperta la porta, te lo ricordi che sennò poi non possiamo più rientrare? E noi dobbiamo rientrare, dobbiamo fare compagnia a Mike, non possiamo lasciarlo qui da solo mentre aspettiamo la polizia, giusto?”

È tutto finito. Tutto finito. La casa è crollata, tutto è crollato. L’America, John Peel, le copertine sul Melody Maker. Non è servito a niente. Era tutto finto, tutto uno scherzo. La vita è una merda senza rimedio su cui non si può costruire niente. Sopravvivere, vivere, significa solo schivare gli schizzi di merda con la maggior discrezione possibile. Spermatozoi sputati alla cieca che casualmente centrano il bersaglio: questo solo sono gli esseri umani. Un inutile capriccio della natura. Uno scherzo di cattivo gusto per il quale non sappiamo neanche chi ringraziare.
Stanno arrivando. Stanno arrivando, li senti? Polizia, medici, barelle. Arriva di tutto per te, Mike. Sono qui per te, cazzo, lo vuoi capire? Mi tappo le orecchie, non li voglio, non voglio sentire i loro passi, le loro voci, ti porteranno via per sempre, stabiliranno la tua morte e tu non esisterai più, cazzo, Mike, era davvero questo che volevi?
“Sì signore” rispondo meccanicamente cercando di rimettermi in piedi, asciugandomi la faccia con le mani.
“Hai capito la mia domanda?”
“Non credo, signore.”
Non saprò mai cosa mi abbia chiesto il poliziotto che ora sta controllando i nostri documenti, non ricorderò mai la sua faccia. La sua voce, però, è abbastanza rassicurante quando ci dice di stare tranquilli e di metterci comodi. Chris è ubriaco e io ho degli acidi nascosti nella tasca interna della giacca ma verremo senz’altro al comando, signore, sì lo sappiamo che sarà tutto messo a verbale, no, non mi sembra che abbiamo toccato niente…
“Purtroppo la giustizia deve fare il suo corso” ci consola all’improvviso il poliziotto gentile chinandosi su un ginocchio. “Dagli un’occhiata prima che venga messo sotto sequestro. Passeranno dei giorni prima che ti sia restituito. Dagli un’occhiata veloce, sbrigati…”
È davvero con me che sta parlando? Le dita guantate mi reggono davanti agli occhi una fotografia in bianco e nero. Siamo io e Mike a New York. Gordon ci aveva immortalati mentre giocavamo a fare i buskers in una qualche stazione della metropolitana. È una foto bellissima. Non vedi che sono Mick Jagger e Keith Richards quei due, sto quasi per ridere in faccia al poliziotto, ma poi gli occhi mi si sciolgono di nuovo sulla scritta rossa, vergata senza cura con un pennarello indelebile: dare a Steven.
Un rapido scatto delle dita guantate ed ecco il retro della foto.

Steve per favore non mandare all’aria tutto per questo.
Tu vai avanti e dimenticati di questo.
Non farmi sentire in colpa. Sai come dice la canzone
“la vita è molto lunga quando si è soli”(1)
MIKE

Passa un tempo infinito prima che io riesca a staccare la fronte dalle ginocchia. E ci riesco solo perché qualcuno mi invita insistentemente a farlo. Siamo costretti a lasciare Mike nelle loro mani. Un poliziotto ci sta congedando semplicemente con l’ordine di presentarci al comando domani mattina alle nove. Non è da vigliacchi lasciarti nelle loro mani, Mike? Era questo che avevi in mente?
L’avevi previsto che questa gente ti avrebbe portato via come un oggetto e come tale ti avrebbe infilato in un cassetto, parcheggiato in attesa che tutte le carte siano state esaminate, approvate, firmate?
Le porte dell’ambulanza si chiudono. L’idea che il corpo rigido e insanguinato di Mike stia percorrendo la città dentro quella attrezzatissima scatola mobile mi precipita in una sorta di vertigine disperata.
La vita è una merda senza senso.
Le auto del sabato sera, imbottite di illusioni, si allineano docili ai semafori, rallentano e ripartono trascinando speranze inutili.
I giardini di Kensington sono ormai un lugubre bosco silenzioso ammorbato dall’umidità. Sparsi qua e là, gli scheletri delle sedie a sdraio disegnano ancora i circoli muti dove sciami di donne velate hanno goduto il giorno.

(1) The Smiths, The queen is dead
(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - quinta puntata)

venerdì 2 ottobre 2009

Capitolo 1 "Holles Street" - quarta puntata

Davanti al portoncino laccato di rosso stai rovistando in cerca della chiave giusta e intanto ti ripassi nella testa l’ultimissima discussione con Deirdre, quella a proposito dei capelli di Chloe; speri solo di non dover riprendere il battibecco al punto in cui l’avete lasciato, non stasera, almeno. Meglio rimandare a domani, magari, quando avrai accontentato Chloe portandola a tagliarsi i capelli corti come desidera e Deirdre non potrà che arrendersi di fronte al fatto compiuto.
La casa è immersa nel silenzio. Deirdre, fasciata in un accappatoio candido, sta lavorando al computer seduta a gambe incrociate sul divano. Sembra l’immagine impeccabile di una qualche pubblicità, pensi mentre vi salutate silenziosamente con un rapidissimo contatto delle labbra. Per un poco, prima di rimettersi al lavoro, lei accarezza i tuoi gesti con uno sguardo radioso e tu le scivoli accanto stringendole la vita sottile fra le braccia, grato del morbido ticchettio della tastiera e del battito sicuro del suo cuore attraverso quelle ossa fragili.
Quando lei ti raggiunge in camera da letto sai con certezza, sai per l’ennesima volta che non aspettavi altro che questo, perché è ancora questo, solo questo che ti incatena alla radice di ogni giorno.
L’accappatoio bianco lampeggia a terra. Bastano poche carezze per saldarti a lei. “Bentornato tesoro” sussurra la breve pioggia dei suoi capelli sul tuo viso. Funziona sempre, è un meccanismo collaudato. Ogni volta scatta la medesima avidità, l’attrazione esercita ogni giorno lo stesso potere. Ecco: non è cambiato niente. Qui non cambia niente. Da sette anni è questa la tua sola certezza. Tutto trova riparo, giustificazione e conforto nel buio di questa pelle ruvida, dolciastra, che si incolla tenacemente alla tua con la regolarità di sempre.


Il rito dell’incursione in cucina dopo il sesso notturno l’aveva istituito Deirdre nel momento in cui avevi dato il via ai tuoi giorni di sobrietà. Per soppiantare la tua abitudine a stordirti di alcol dopo ogni rapporto, Deirdre aveva escogitato il tè della notte e, con l’ostinata pazienza con cui si insegna ai bambini a non fare pipì a letto, ti aveva allenato a gestire il distacco dei vostri corpi senza angoscia.
Normale. Ecco quello che dovrebbe essere l’aggettivo guida nella tua vita. Fare sesso è una cosa normale, rifletti spalmando un crostino con un’abbondante dose di marmellata di mirtillo. Deirdre, seduta sul tavolo, stira una gamba fino a sfiorare il lavello con l’alluce. Poi un lembo dell’accappatoio cede scoprendo la
coscia magra da ragazzina e la tua mano viene automaticamente calamitata per una carezza.
“Steve, tu ti senti in colpa anche quando le bambine prendono il raffreddore” dice Deirdre dondolando lenta una gamba e spiandoti teneramente.
“Sì, ma lei ha scritto quella lettera, quel diario, dedicandolo a me, non capisci?” protesti energicamente a bassa voce, disperando già di poter essere compreso.
“E tu l’hai letto?”
“Ma no, sono un sacco di pagine, un libro, quasi…” e sospiri massaggiandoti le tempie fra pollice e medio, visualizzando l’involto accartocciato nella tasca interna della tua giacca.
“Steve, tu non c’entri niente” conclude Deirdre scivolando giù dal tavolo e versandoti nella tazza quel che resta del tuo caffè di cereali.


* * * * * * * * * * * * * *

Londra, luglio 1986

Emergiamo dalla Circle Line direttamente su Kensington Gardens. Come sempre, l’animazione del sabato pomeriggio mi mette a disagio e mi fa desiderare di essere altrove. Mentre attraversiamo Bayswater Road non possiamo fare a meno di pensare che tutto il Medio Oriente si sia concentrato da queste parti.
Chris non riesce a tacere.
“Se sei già ubriaco adesso come pensi di arrivare a domani mattina?” esplodo a un tratto, irritato dalla prospettiva di trascinarmi in giro un rottame per tutta la notte.
Non ottengo nessuna risposta. Cazzo, è già completamente andato. Forse è il caso di parcheggiarlo e di uscire solo con Mike. Adesso ne parlo con lui e poi vediamo. Perché non rispondi a questo cazzo di citofono, Mike?
“Starà dormendo” conclude Chris rannicchiandosi a terra contro il massiccio portone di vetro dell’ingresso.
Non c’è altro da fare che aspettare: il telefono di Mike è totalmente fuori uso. Sembra che il proprietario dell’appartamento sia scappato in Australia lasciando una quantità di conti da pagare. La linea è scollegata da almeno due settimane e non oso pensare a
cosa potrebbe accadere in futuro. Ho paura che Mike dovrà cercarsi presto un nuovo appartamento, e non è esattamente il genere di
diversivo di cui ha bisogno ora: la sua vita da single ha preso il via in modo precipitoso, all’insegna dell’improvvisazione e di una serie di compromessi dal mio punto di vista inaccettabili.
Da qualche tempo ho una visione insolitamente lucida e autonoma della realtà. Di fatto, è da quando abbiamo registrato le sessions per lo show di John Peel che ho sviluppato una determinazione inattaccabile nei confronti del lavoro; è ciò che mi ha permesso di affrontare il tour negli States con la giusta concentrazione e i risultati non si sono fatti attendere. Suppongo sia l’effetto prodigioso di ciò che chiamano fiducia in se stessi, concetto fino ad ora piuttosto vago e inafferrabile, per quanto mi riguarda; un effetto che sto lasciando dilagare piacevolmente in tutti gli aspetti della mia vita. Una meravigliosa sensazione di sicurezza, infinitamente più stabile e duratura di quella che normalmente mi procura una buona bevuta.
La rottura fra Carol e Mike è l’unico elemento che sfugge al mio controllo: Mike sta cominciando a diventare un problema. Lui e Carol erano ancora alle elementari e già giravano mano nella mano: c’era da aspettarselo che prima o poi lei avrebbe messo gli occhi su qualcosa di diverso. Non capisco come si possa sposare a vent’anni la sola persona con cui sei stato. Non riesco ad avere neanche la più vaga idea di me e Sarah sposati.
“Non era lei che ti sei portato a casa l’altra notte?” osserva Chris in uno scatto di imprevedibile lucidità.
“E tu quando ti decidi ad andare a stare per conto tuo? Sono passati sei mesi da quando mi hai chiesto se potevi stare da me per un paio di settimane.”
Chris si guarda in giro e poi sospira. “Steve, se te la fai è perché ti piace: è matematico, preciso…”
Lascia perdere. Che senso ha discutere di certe cose con un ubriaco?
“Non sono ubriaco!” protesta grintoso. “E comunque io ti ho visto sempre e solo con Sarah, e non dirmi che non hai alternative…”
Ancora non riesco a capire cosa ci sia di così desiderabile nell’andare a letto ogni sera con una donna diversa: francamente mi è sempre sembrata una prospettiva angosciante. Non che il successo non mi piaccia, sia chiaro, ma non ho mai visto una connessione necessaria fra il successo e la promiscuità sessuale.
“Steve, a te piace andare controcorrente. È il tuo modo di metterti in mostra. Tu hai sempre questo bisogno di distinguerti ad ogni costo.”
Può darsi. Ma continuo a non capire perché si consideri una condizione invidiabile la possibilità di scopare con delle perfette sconosciute. Mi piace la gente che viene ai nostri concerti, ma il mio sogno è che dopo lo spettacolo tutti scompaiano all’istante: io non ho alcuna esigenza di entrare in contatto con chi compra i miei dischi. Io scrivo per me stesso, non per gli altri. Tutte quelle attenzioni finiscono per deconcentrare un artista, allontanarlo dal suo percorso. L’idea che delle ragazze mi aspettino fuori da un teatro mi fa solo venire voglia di scappare: non ci vedo la possibilità di avere del sesso senza fatica; ci vedo piuttosto delle baccanti furiose pronte a ridurmi in frammenti irriconoscibili.
“Steve, tu leggi troppo. E pensi troppo” sentenzia Chris scuotendo la testa. “Cosa c’era che non andava nella biondina di ieri sera?”
“Quale biondina?” Giuro che non riesco proprio a ricordare.
“Ma se ti è stata addosso tutta la sera…”
Mi ricordo solo della tipa che mi ha venduto dell’acido di merda, ma era tutto tranne che una biondina e aveva ben altro per la testa che stare lì a cercare di sedurmi.
“Cristo Steve, tu vivi proprio su un altro pianeta!”
Meglio il mio pianeta e i miei giochi con Sarah, almeno fino a quando l’amore non si deciderà a passare dalle mie parti. Tra me e Sarah non è cambiato poi molto rispetto a quando, da bambini, ci nascondevamo nella sua stanza a rotolarci fra le lenzuola sintetiche arancione.
“Fa ancora la cartomante?” si informa Chris dimostrando davvero di essere più lucido di quanto pensassi.
“Chiromante” mi sento in dovere di precisare, ripensando al musetto di gatto lentigginoso che sorride sotto i lunghi capelli disordinati. Rivedo a un tratto me e Sarah due giorni fa - lei accucciata nel suo angolino in subaffitto in un negozio di abiti usati in Chalk Farm Road, io che scendo a portarle qualcosa da mangiare, attraverso la strada assolata con una ciotola di zuppa d’avena in mano, mi immergo cieco nell’oscurità che sa di caverna e stracci fino ad accoccolarmi su un cuscino accanto a lei che mi sorride e prende delicatamente la ciotola dalle mie mani - e capisco all’improvviso, sorpreso di non esserci mai arrivato prima, capisco a un tratto come il mio rapporto con Sarah sia sempre consistito nella ricerca di un rifugio. Un riparo, un guscio protettivo: è questo che io e Sarah abbiamo sempre condiviso. Una scatola buia, nascosta
agli occhi del mondo, stipata dei nostri segreti. Ero stato io il primo a sapere, a vedere la ferita di sangue nero sulle sue mutandine: a me, prima che a chiunque altro, aveva confidato il misterioso cambiamento sgorgato dal suo corpo. Ogni segreto è sempre stato accuratamente filtrato attraverso il nostro patto di intimità prima di poter essere divulgato come notizia ufficiale.
“La chiromante è quella che legge le mani, giusto?” interviene Chris seguendo il filo delle sue indagini. “E così tu hai il privilegio di farti leggere gratis anche tutto il resto…”
L’esplorazione dei corpi ha costituito il segreto per eccellenza fra me e Sarah, ciò che ha saldato la nostra intesa. Stranamente, benché questo segreto non abbia più alcun motivo di rimanere tale, siamo entrambi totalmente reticenti ad ammettere l’evidenza. Una sorta di pudore retrospettivo nei confronti delle nostre famiglie, forse; la lunga ombra dell’infanzia che si stende ancora sulle nostre vite. Fra me e Sarah non potrebbe mai esserci niente più di questo, niente più di un residuo d’infanzia, un gioco destinato a morire di morte naturale. Mai una volta, neanche per scherzo, ci è capitato di pensare ad un futuro insieme. Davvero non capisco come si possa giurare amore eterno a qualcuno che conosci da sempre.

(da "L'inutile guida" ed. Progetto Cultura, 2009 - quarta puntata)