“He killed himself on Saturday night. I couldn’t believe it. He must have been a pretty good actor. We didn’t have a bleeding clue what was going on. You tried to help him with your limited experience and you did what you could, but as soon as you left him he went back, you know?” (Peter Hook)
“The week before, we went and bought all these new clothes; he was really happy” (Rob Gretton)
“I don’t think Ian was worried about the American tour” (Bernard Sumner)
“If he was depressed, he kept it from us” (Steve Morris)
I believe Ian chose his deadline. It was important to keep up the charade in front of the band in case they tried to dissuade him. The only reason he was no longer worried about the American trip was because he knew that he wasn’t going.
(Deborah Curtis “Touching from a distance”, Faber and Faber, 1995)
lunedì 18 maggio 2009
sabato 16 maggio 2009
Chi li capisce è bravo
Questa mattina, arrivata a Varese, la prima cosa che ha rapito il mio sguardo mentre scendevo dall'auto, è stato un manifesto elettorale bianco e verde che recava la scritta: "Welcome to Varese, the capital of Padania". Presuntuosi? No, pagliacci.
martedì 12 maggio 2009
Lo sapevo
Ecco: adesso comincia la stagione in cui bisognerebbe possedere il dono dell’ubiquità e un portafoglio a fisarmonica dotato di autoalimentazione (leggi: fenomeno di generazione spontanea delle banconote); indispensabile poi la totale assenza di impegni di qualsiasi natura.
Non potendo disporre ahimè di nessuno dei sopraelencati requisiti, dubito che trarrò profitto dall’abbondanza di concerti che stanno per scatenarsi a raffica nei luoghi più disparati della penisola. Diamanda Galas, ad esempio, me la perderò di nuovo. Vabbè. Oltre al già chiacchierato Morrissey. E mi sa che l'elenco è destinato ad allungarsi.
Non potendo disporre ahimè di nessuno dei sopraelencati requisiti, dubito che trarrò profitto dall’abbondanza di concerti che stanno per scatenarsi a raffica nei luoghi più disparati della penisola. Diamanda Galas, ad esempio, me la perderò di nuovo. Vabbè. Oltre al già chiacchierato Morrissey. E mi sa che l'elenco è destinato ad allungarsi.
sabato 9 maggio 2009
Inquietudini di primavera
Sono solo io dunque a diffidare delle apparenti dolcezze della primavera? Solo io percepisco l'inquietudine che serpeggia in tanta vistosa abbondanza?
Ma no, anche Sylvia Plath è sulla mia lunghezza d'onda. Ecco cosa scrive il 19 aprile del 1962:
"Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità"
E un mese dopo, in un "luogo di forza" dove la natura non si trattiene:
"Sentii in bocca la malignità della ginestra,
i suoi aculei neri,
l'estrema unzione dei suoi gialli fiori-candela.
Avevano un'efficienza, una grande bellezza,
ed erano esagerati, come una tortura."
Solo un ingenuo potrebbe rilassarsi e godere di questa campagna placida e grassa:
"L'assenza di grida
apriva un buco nel giorno ardente, un vuoto."
E di nuovo se la prende coi papaveri, Sylvia, che già aveva accusato di essere troppo rossi.
"Piccoli papaveri, piccole fiamme d'inferno,
non fate male?
[...]
E mi spossa il guardarvi
così tremolanti, grinzosi e rosso vivo, come la pelle di una bocca"
I poveri papaveri che ormai per me significano solo la snervante attesa della prostituta sul ciglio della tangenziale.
Ho consumato dunque tutta la mia dose di onesto e ingenuo candore? O non ne sono mai stata provvista in modo adeguato?
Ma no, anche Sylvia Plath è sulla mia lunghezza d'onda. Ecco cosa scrive il 19 aprile del 1962:
"Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità"
E un mese dopo, in un "luogo di forza" dove la natura non si trattiene:
"Sentii in bocca la malignità della ginestra,
i suoi aculei neri,
l'estrema unzione dei suoi gialli fiori-candela.
Avevano un'efficienza, una grande bellezza,
ed erano esagerati, come una tortura."
Solo un ingenuo potrebbe rilassarsi e godere di questa campagna placida e grassa:
"L'assenza di grida
apriva un buco nel giorno ardente, un vuoto."
E di nuovo se la prende coi papaveri, Sylvia, che già aveva accusato di essere troppo rossi.
"Piccoli papaveri, piccole fiamme d'inferno,
non fate male?
[...]
E mi spossa il guardarvi
così tremolanti, grinzosi e rosso vivo, come la pelle di una bocca"
I poveri papaveri che ormai per me significano solo la snervante attesa della prostituta sul ciglio della tangenziale.
Ho consumato dunque tutta la mia dose di onesto e ingenuo candore? O non ne sono mai stata provvista in modo adeguato?
giovedì 7 maggio 2009
In memoriam
C’è chi ride e c’è chi piange,
lei dorme, dorme
e intorno al suo riposo spuntano fiori di campo.
Lì il vento accumula
le più dolci dolcezze della scorta dell’estate,
accanto a campi di grano maturo.
Lì i gigli, e la rosa rossa
incupisce. Lì finchè l’ultimo sole
avvampa a occidente, cantano
i tordi, e una brezza fresca
accarezza le foglie quando la sera tace.
Di giorno lì canta l’allodola
e spuntano erbe di ogni sorta
di notte volteggia la nottola,
e senza sosta il vento porta
lo scampanio di chiese lontane.
Notte e mattino, meriggio e crepuscolo,
quel suono porta il Paradiso nei suoi sogni.
La lunga notte è terminata:
finchè le saranno strappate le funebri bende,
è questa la buona sorte assegnata
alla sua anima che riposa assolta.
Christina Rossetti “Sound sleep”, traduzione Giuliana Scudder, Rizzoli 1995
lei dorme, dorme
e intorno al suo riposo spuntano fiori di campo.
Lì il vento accumula
le più dolci dolcezze della scorta dell’estate,
accanto a campi di grano maturo.
Lì i gigli, e la rosa rossa
incupisce. Lì finchè l’ultimo sole
avvampa a occidente, cantano
i tordi, e una brezza fresca
accarezza le foglie quando la sera tace.
Di giorno lì canta l’allodola
e spuntano erbe di ogni sorta
di notte volteggia la nottola,
e senza sosta il vento porta
lo scampanio di chiese lontane.
Notte e mattino, meriggio e crepuscolo,
quel suono porta il Paradiso nei suoi sogni.
La lunga notte è terminata:
finchè le saranno strappate le funebri bende,
è questa la buona sorte assegnata
alla sua anima che riposa assolta.
Christina Rossetti “Sound sleep”, traduzione Giuliana Scudder, Rizzoli 1995
lunedì 4 maggio 2009
Dark inside
Il concertino punk nella caverna buia che faceva tanto Londra-anni-’70 non è stato affatto male: la band era agguerrita al punto giusto ed è stato un ripassino interessante, insomma, tanto più che fa sempre piacere vedere degli energici rocker attempati in azione.
Il lato dolente della faccenda è stato tirare quasi mattina in un locale affumicato e affollato per lo più di ventenni in presunto gran spolvero dark. Ora, è proprio questo il punto. Pare che il dark stia ritornando di moda fra i ventenni, il che, secondo la logica storica dei corsi e ricorsi, non fa una piega; anche la mia amica bolognese mi ha confermato che alla piazzola, cioè al mercato che si svolge ogni venerdì e sabato, sono ricomparsi gli stand (pardon, i banchétti) specializzati in chincaglierie gotiche. Ho avuto anch’io il mio bel periodo in cui per uscire di casa mi ci volevano due ore di trucco, cotonatura e vestizione (e mai senza guanti, di cui avevo un campionario invidiabile per tutte le stagioni) ma la divisa esprimeva una filosofia di vita, un’attitudine, un lamento. E, soprattutto, la divisa non era volgare. Poteva essere eccessiva, magari, ma mai scollacciata. Il nero d’ordinanza io lo portavo sempre, giorno e notte, ai concerti come all’università.
L’altra notte mi sono trovata invece a contendere i pochi sgabelli liberi con ragazzine che si erano cambiate (cioè spogliate) in macchina, presumibilmente di nascosto dai genitori: l’esposizione delle gambe inguainate in calza a rete era la regola, direi che l’esposizione di quanta più carne possibile era la regola. Ora, non è che io sia propriamente una bacchettona, intendiamoci; ma non so immaginare niente di più grottesco che ascoltare i Joy Division avendo sotto gli occhi una schiera di creature in dresscode burlesque/bordello. Che cos’hanno a che vedere queste scollatissime, attillatissime ragazze seminude, pensavo, con l’orrore per la carne di Pornography, con l’erotismo decadente dei Depeche Mode o di Siouxsie o ancora con l’ansia di trascendenza che si liberava a metà anni ’80 da tanta produzione 4AD?
Insomma ho fatto le tre sbadigliando, contemplando annoiata i numeri da circo che mi sfilavano davanti, sperando solo che il nuovo giorno mi restituisse la mia banale voglia di godere degli incanti cittadini.
L’indomani, passeggiando sotto le snelle navate della Basilica di San Petronio, al sicuro nelle umide cripte a incastro in Santo Stefano, ho finalmente ritrovato le mie coordinate.
I miei personali codici etici ed estetici, richiamati da tanta semplice, austera bellezza, si sono automaticamente ricomposti. Ripensavo la voce di Ian Curtis, l'algida purezza dei sintetizzatori in Atmosphere, la stanchezza, la disillusione, il bisogno di assoluto...
Di sicuro, l’altra notte, al Covo ad ascoltare i Joy Division non ero io quella fuori posto.
Il lato dolente della faccenda è stato tirare quasi mattina in un locale affumicato e affollato per lo più di ventenni in presunto gran spolvero dark. Ora, è proprio questo il punto. Pare che il dark stia ritornando di moda fra i ventenni, il che, secondo la logica storica dei corsi e ricorsi, non fa una piega; anche la mia amica bolognese mi ha confermato che alla piazzola, cioè al mercato che si svolge ogni venerdì e sabato, sono ricomparsi gli stand (pardon, i banchétti) specializzati in chincaglierie gotiche. Ho avuto anch’io il mio bel periodo in cui per uscire di casa mi ci volevano due ore di trucco, cotonatura e vestizione (e mai senza guanti, di cui avevo un campionario invidiabile per tutte le stagioni) ma la divisa esprimeva una filosofia di vita, un’attitudine, un lamento. E, soprattutto, la divisa non era volgare. Poteva essere eccessiva, magari, ma mai scollacciata. Il nero d’ordinanza io lo portavo sempre, giorno e notte, ai concerti come all’università.
L’altra notte mi sono trovata invece a contendere i pochi sgabelli liberi con ragazzine che si erano cambiate (cioè spogliate) in macchina, presumibilmente di nascosto dai genitori: l’esposizione delle gambe inguainate in calza a rete era la regola, direi che l’esposizione di quanta più carne possibile era la regola. Ora, non è che io sia propriamente una bacchettona, intendiamoci; ma non so immaginare niente di più grottesco che ascoltare i Joy Division avendo sotto gli occhi una schiera di creature in dresscode burlesque/bordello. Che cos’hanno a che vedere queste scollatissime, attillatissime ragazze seminude, pensavo, con l’orrore per la carne di Pornography, con l’erotismo decadente dei Depeche Mode o di Siouxsie o ancora con l’ansia di trascendenza che si liberava a metà anni ’80 da tanta produzione 4AD?
Insomma ho fatto le tre sbadigliando, contemplando annoiata i numeri da circo che mi sfilavano davanti, sperando solo che il nuovo giorno mi restituisse la mia banale voglia di godere degli incanti cittadini.
L’indomani, passeggiando sotto le snelle navate della Basilica di San Petronio, al sicuro nelle umide cripte a incastro in Santo Stefano, ho finalmente ritrovato le mie coordinate.
I miei personali codici etici ed estetici, richiamati da tanta semplice, austera bellezza, si sono automaticamente ricomposti. Ripensavo la voce di Ian Curtis, l'algida purezza dei sintetizzatori in Atmosphere, la stanchezza, la disillusione, il bisogno di assoluto...
Di sicuro, l’altra notte, al Covo ad ascoltare i Joy Division non ero io quella fuori posto.
domenica 3 maggio 2009
...ovvero la realtà supera sempre la fantasia

"Entriamo finalmente in città e io mi sforzo di ripercorrere gli avvenimenti della notte scorsa per recuperare un po’ di lucidità e mettere ordine nel presente. Brian ed Eric sono vittime conclamate dei festeggiamenti che si sono protratti oltre l’alba, mentre Alex ed io non dormiamo da due giorni. Gordon continua ad assisterci eroicamente. Ho un ricordo piuttosto confuso del dopo concerto: il ristorante vegetariano e la tavolata notturna nella veranda aperta su un giardino misterioso, poi vini straordinari e un’ampia scelta di caramelle magiche. Quello che mi sfugge del tutto, e che invece dovrei assolutamente ricordare, è il nome della ragazza che ci sta aspettando, da qualche parte, in qualche antico palazzo, mi è stato detto, in uno dei vicoli assolati che comincio a intravedere.
“Centro storico” dichiara Flavio infilando repentinamente l’auto nell’unico parcheggio disponibile “Da qui in poi meglio andare a piedi, visto che non abbiamo la bicicletta.”
Muoviamo finalmente i primi passi sulle pietre bianche di sole, circondati da un incanto che mi stordisce. Realizzo a un tratto che Alex deve avere un mal di testa accecante e nonostante lui neghi qualsiasi malessere ho il terrore che possa svenire da un momento all’altro. Non so resistere alla tentazione di passargli un braccio attorno alle spalle e lui mi cinge la vita, la sua testa contro la mia, e così avvinghiati proseguiamo come pellegrini in un deserto sconosciuto. Ho all’improvviso una visione istantanea ma nitidissima della mia Londra e dei suoi marciapiedi umidi e affollati, e il mio cuore, per un attimo, si allaga di nostalgia.
A un tratto la nostra guida imbocca un androne freddo d’ombra e ci comunica che siamo arrivati.
“Marika sta difendendo questo posto con i denti” spiega Flavio introducendoci nel cortile “ma entro la fine del mese se ne dovranno andare tutti. La polizia li ha già fatti sgomberare più di una volta ma loro sono sempre riusciti a ritornare”
“Cosa ne vogliono fare?” Alex si leva gli occhiali da sole e il suo sguardo percorre meravigliato il cortile intero, invaso da un’avida vegetazione selvaggia, e lo stupefacente edificio dalla superficie increspata di verde: tra l’edera fitta di secoli si scorgono i buchi neri delle finestre e un lungo ballatoio carico di vasi fioriti.
Un soffio gelido mi sfiora all'improvviso e io capisco che Alex non è più al mio fianco: si è staccato dal gruppo ed è finito in un angolo del cortile dove, tra sterpaglie d’ogni sorta, si è perso in contemplazione di una enorme statua, una figura mitologica massiccia, gigantesca, il viso arcigno e inquietante sormontato da due brevi corna.
“Secondo te che roba è?” mi domanda non appena lo raggiungo e subito sento il bisogno di circondargli le spalle con un braccio.
Flavio e Gordon si sono già avviati verso l’antro di ingresso del palazzo dove spicca un’assurda targa di lucidissimo ottone, in aperto contrasto con l’aspetto decadente dell’edificio: non posso credere che questa sia la sede di una organizzazione statale, eppure la bandierina smaltata che sventola immobile in un angolo della placca non lascia supporre altro.
Iniziamo la scalata agli ampi gradini settecenteschi e sul primo pianerottolo ci investe il gesto minaccioso di una statua quasi identica a quella scoperta da Alex tra le erbacce; a fianco del gigante, da una porticina di legno a due stretti battenti sbuca un sacco della spazzatura seguito da un’esile ragazza bionda."
“Centro storico” dichiara Flavio infilando repentinamente l’auto nell’unico parcheggio disponibile “Da qui in poi meglio andare a piedi, visto che non abbiamo la bicicletta.”
Muoviamo finalmente i primi passi sulle pietre bianche di sole, circondati da un incanto che mi stordisce. Realizzo a un tratto che Alex deve avere un mal di testa accecante e nonostante lui neghi qualsiasi malessere ho il terrore che possa svenire da un momento all’altro. Non so resistere alla tentazione di passargli un braccio attorno alle spalle e lui mi cinge la vita, la sua testa contro la mia, e così avvinghiati proseguiamo come pellegrini in un deserto sconosciuto. Ho all’improvviso una visione istantanea ma nitidissima della mia Londra e dei suoi marciapiedi umidi e affollati, e il mio cuore, per un attimo, si allaga di nostalgia.
A un tratto la nostra guida imbocca un androne freddo d’ombra e ci comunica che siamo arrivati.
“Marika sta difendendo questo posto con i denti” spiega Flavio introducendoci nel cortile “ma entro la fine del mese se ne dovranno andare tutti. La polizia li ha già fatti sgomberare più di una volta ma loro sono sempre riusciti a ritornare”
“Cosa ne vogliono fare?” Alex si leva gli occhiali da sole e il suo sguardo percorre meravigliato il cortile intero, invaso da un’avida vegetazione selvaggia, e lo stupefacente edificio dalla superficie increspata di verde: tra l’edera fitta di secoli si scorgono i buchi neri delle finestre e un lungo ballatoio carico di vasi fioriti.
Un soffio gelido mi sfiora all'improvviso e io capisco che Alex non è più al mio fianco: si è staccato dal gruppo ed è finito in un angolo del cortile dove, tra sterpaglie d’ogni sorta, si è perso in contemplazione di una enorme statua, una figura mitologica massiccia, gigantesca, il viso arcigno e inquietante sormontato da due brevi corna.
“Secondo te che roba è?” mi domanda non appena lo raggiungo e subito sento il bisogno di circondargli le spalle con un braccio.
Flavio e Gordon si sono già avviati verso l’antro di ingresso del palazzo dove spicca un’assurda targa di lucidissimo ottone, in aperto contrasto con l’aspetto decadente dell’edificio: non posso credere che questa sia la sede di una organizzazione statale, eppure la bandierina smaltata che sventola immobile in un angolo della placca non lascia supporre altro.
Iniziamo la scalata agli ampi gradini settecenteschi e sul primo pianerottolo ci investe il gesto minaccioso di una statua quasi identica a quella scoperta da Alex tra le erbacce; a fianco del gigante, da una porticina di legno a due stretti battenti sbuca un sacco della spazzatura seguito da un’esile ragazza bionda."
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