giovedì 4 dicembre 2008

"Che cosa può cantare il poeta / in tempi di gelo e carestia?" (Canzoniere del Lazio, 1977)

Ieri, mentre il quarto canale radiofonico della BBC trasmetteva “The art of conversation”, una curiosa pièce scritta da Dylan Thomas nei primi anni quaranta, riflettevo sul fatto che proprio in quel periodo, in piena guerra mondiale, Thomas trascurò completamente la poesia, arrivando quasi al punto di rifiutarla. All’epoca Thomas viveva prevalentemente a Londra e si manteneva sfruttando le possibilità che gli offriva l’industria della propaganda bellica: la sua attività principale consisteva nello scrivere sceneggiature di documentari e trasmissioni radiofoniche per tenere alto il morale della nazione.
Ora, se da un lato mi conforta avere l’ennesima conferma che anche per i più grandi l’ispirazione non è sempre dietro l’angolo, una volta di più mi chiedo cosa sia a spegnere la voce del poeta, a disseccargli il sangue nelle vene.
Per quanto riguarda Dylan Thomas mi riesce difficile pensare che sia stato l’impegno “propagandistico” (che ovviamente disprezzava) ad assopirgli l’impulso febbrile alla scrittura e dubito seriamente che, lontano dal Galles, gli fosse impossibile ricostruire la propria facoltà creatrice. Non credo che lontano dalle suggestioni estreme della sua terra Thomas non sapesse come alimentare la propria immaginazione.
Non c’è dubbio che un artista debba nutrirsi di solitudine per coltivare la propria ispirazione, ma è altrettanto vero che si può essere soli ovunque e che non c’è nulla di più esaltante, dal punto di vista creativo, di una solitudine parallela alla vita attiva, cioè quel felice isolamento interiore che permette di passare attraverso la realtà senza farci troppo caso.
Il punto è che scrivere implica sempre una speranza. Esprimere la propria disperazione è un atto di speranza. Si presuppone, spesso inconsciamente, che ci sia qualcuno, da qualche parte, in qualche modo, disposto a raccogliere il messaggio. La mia sensazione è che la guerra costrinse Thomas a confrontarsi coi vertici dell’ipocrisia umana. Difficile riagguantare la speranza dopo un'esperienza del genere.

E’ l’assenza di prospettive a zittire il poeta. L’impossibilità di elaborare un’alternativa ad una realtà che ti si chiude addosso come una gabbia. L’assenza di risposte. Sopravvivenza senza sogni.

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